
a review by d3m4

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QUANDO si parla di viaggi nel tempo è semplice scivolare nella trappola della banalità, desensibilizzare lo spettatore e annebbiare la reale gravità degli eventi. Quando uno dei protagonisti perde la vita è sufficiente tornare nel passato, evitare le situazioni che porteranno a quell'evento, correggere la rotta. Difficile rendersi conto, con una premessa del genere, che quei personaggi in un'altra linea temporale sono realmente deceduti, che non torneranno più, che il viaggio nel passato è ingannevole: perché in realtà ci si muove sempre e soltanto verso il futuro, il futuro che non dimentica. Un difetto comune ai prodotti del genere fantascientifico che però Steins;Gate riesce benissimo a superare, con una tecnica narrativa "disperata" ed incalzante. Ogni piccolo (grande) avvenimento si percepisce in tutto il suo peso, anche se lo vediamo accadere decine, decine di volte, perché il destino forse esiste ed Okabe non può che essere lo strumento di ciò che è già scritto. E tuttavia il nostro protagonista continuerà sempre a lottare, forse in fondo contro se stesso, adempiendo ogni volta la sorte che cerca di evitare, la morte della sua amica Mayuri.
Ma prima di arrivare al punto di essere completamente risucchiati dalla trama, bisogna "sorbire" vari episodi molto lenti, che si prendono tutto il tempo di costruire le identità dei bizzarri protagonisti, farli entrare nella simpatia dello spettatore. E questo è un ottimo modo di rendere più importante l'impatto emotivo che viene dopo, quando i personaggi iniziano a sgretolarsi, soffrire, morire, cedere alle proprie ossessioni e debolezze, e noi li seguiamo nelle loro pazzie. Pazzie egoistiche, perché in fondo tutto inizia con un incidente. Okabe si innamora di una Kurisu che non lo conosce, rincorre un amore che non c'è, perché la sua vita accade laddove gli altri dimenticano, perché lui possiede lo Steins;Gate. Una profonda metafora dell'esistere, lo specchio di quel solipsismo che troppo spesso ci risulta così naturale, perché siamo bravi a viaggiare nel tempo ma non nelle persone che ci circondano.
Una lentezza narrativa che comunque non da tutti è apprezzata, ma che risulta indispensabile per portare il cuore di noi empi spettatori a piangere quando sopraggiunge il dolore vero. Un dolore infiltrato da momenti comici, ma che fanno ridere una volta sola: perché visti nel contesto, al termine della serie, sono quasi imbarazzanti da ricordare, fanno sentire lo spettatore molto stupido. Come si può ridere guardando Steins;Gate?
Eppure ci si riesce, segno di quella preziosa ironia la cui mancanza è spesso sintomo dell'incurabile sindrome dell'americanata, malanno che affligge buona parte della cinematografia mondiale.
Sottrarsi a questa maledizione forse significa perdere una buona fetta di pubblico. Perché solo chi ha lo Steins;Gate può carpire il significato profondo della serie, significato che non si può esprimere se non tramite una storia così umana, e in fondo così poco fantascientifica. La fantascienza come specchio della realtà e la realtà che tramuta in fittizio, simbolo del valore di questo meraviglioso capolavoro.
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