
a review by tommyuwu1

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Kunihiko Ikuhara è, senza troppi giri di parole, uno dei cinque registi giapponesi più importanti degli ultimi trent’anni. Non tanto per la sua influenza diretta sull’industria (non ha avuto l’impatto di un Anno o di un Yuasa, per intenderci) quanto per la sua capacità, condivisa forse solo con Dezaki, di appropriarsi completamente del formato televisivo, piegandolo alle proprie esigenze narrative e concettuali. Pochi altri sono riusciti a trarre così tanto dal mezzo stesso.
Sia in Mawaru Penguindrum (recuperatelo, maledetti) che in Sarazanmai, Ikuhara costruisce la narrazione attraverso momenti ripetitivi, quasi dei mantra visivi e sonori: in Penguindrum la formula «voi che non otterrete nulla dalla vita», qui la canzone che accompagna la trasformazione in kappa. Queste sequenze non sono meri espedienti stilistici: sono elementi strutturali, fondamentali per l’evoluzione tematica della serie e, al tempo stesso, perfettamente funzionali da un punto di vista produttivo, perché consentono di ottimizzare tempi e risorse. Questo significa conoscere il linguaggio dell’animazione fino in fondo, saperlo usare, dominarlo. E quando recupererete anche Sarazanmai, capirete esattamente cosa intendo.
Ma la grandezza della serie non si esaurisce nella sua costruzione formale. Il cuore pulsante dell’opera è il legame, tema che Ikuhara esplora con la consueta ferocia nei confronti della società giapponese: fredda, retrograda, incapace di accettare il diverso. Come già mostrato in Penguindrum, anche qui l’autore spara a zero su un Giappone che reprime i propri tabù e le proprie pulsioni, incarnato da una coppia di poliziotti (gelidi tanto nell’animo quanto nella palette cromatica che li contraddistingue) incaricati di dare la caccia a chi osa manifestare ciò che è.
I tre protagonisti sono altrettanti prodotti di questa società: adolescenti segnati da un marchio d’infamia impresso fin dall’infanzia.
Forse l’unico difetto di Sarazanmai risiede nella sua eccessiva didascalia. Se Penguindrum si collocava all’estremo opposto, un’opera ermetica e densamente simbolica, qui i simboli restano, ma Ikuhara si trova costretto a spiegarli, probabilmente a causa della durata ridotta della serie e di un target più ampio. Del resto, la produzione a cura di Studio Mappa implicava la necessità di un impatto commerciale maggiore.
Un’ultima nota merita la comicità: Ikuhara è un maestro delle gag. Figlio della televisione degli anni ’80 e ’90, ha imparato l’arte del divertimento visivo, capace di far ridere con poche azioni o espressioni. Dai pinguini di Penguindrum ai kappa di Sarazanmai, la sua ironia è sempre surreale, intelligente, perfettamente calibrata.
Lunga vita a Kunihiko Ikuhara, l’unico regista che ancora riesce a emozionarmi così profondamente.
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