Jujutsu Kaisen, opera di Gege Akutami, si configura come un’opera che, al di là della sua veste superficiale di shōnen d'azione, si addentra in profondità abissali dell’esperienza umana, riflettendo in modo incisivo sulla caducità dell’esistenza e sulle dinamiche di disfacimento ontologico. In un mondo in cui le maledizioni si concretizzano dall’energia negativa emanata dalle emozioni umane più oscure, la serie svela la complessità della condizione umana come un’inesorabile lotta tra vita e dissoluzione, tra forma e caos. Alla base di Jujutsu Kaisen risiede una visione tragica dell’esistenza, fondata sull’idea che il male, e più specificamente il male soprannaturale, sia generato dalla natura umana stessa. Le maledizioni, manifestazioni tangibili delle emozioni negative degli esseri umani, si presentano come una proiezione dell’inconscio collettivo. Questa ontologia maledetta rimanda all’idea dell’uomo come creatore del proprio destino infernale, soggiogato dalle sue stesse paure, rancori e rimpianti. L’opera si fa così carico di un discorso che echeggia il pensiero nichilistico, per cui l’uomo è al contempo soggetto e oggetto del male che lo consuma. La maledizione diventa quindi metafora dell’hybris umana: la tendenza a spingersi oltre i confini naturali, a produrre e accumulare negatività senza controllo. In tal senso, l’universo di Jujutsu Kaisen si trasforma in una riflessione sulla natura auto-distruttiva dell’essere umano, capace di generare entità che incarnano la sua angoscia ontologica.
Il protagonista, Yuji Itadori, è intrappolato in una dialettica esistenziale in cui la volontà personale si scontra con un destino implacabile. La sua ingestione del dito di Ryomen Sukuna, il re delle maledizioni, non è solo un atto contingente, ma simboleggia l’irruzione della fatalità nella vita dell’individuo. Yuji, da quel momento, non è più padrone del suo corpo, divenendo il portatore di una forza distruttiva che trascende il suo volere. In questo quadro si riflette una tensione fra il libero arbitrio e l’imposizione di forze cosmiche che sfuggono alla comprensione umana.
Questo conflitto esistenziale, incarnato nella figura di Yuji, rappresenta una delle dinamiche più profonde dell’opera: l’essere umano è posto di fronte all’impossibilità di trascendere il proprio destino, e il tentativo di sovvertirlo non fa altro che avvicinarlo alla rovina. In questo senso, Jujutsu Kaisen si iscrive nel solco della grande letteratura tragica, dove il protagonista non può sfuggire all’abisso che si spalanca davanti a lui.
L’intero universo narrativo di Jujutsu Kaisen è permeato dalla presenza della morte e della sua costante minaccia. I protagonisti sono consapevoli di vivere in un mondo in cui la morte è una possibilità costante e tangibile, manifestata attraverso il combattimento incessante con le maledizioni. Ma più che un semplice esito naturale della vita, la morte in Jujutsu Kaisen assume i contorni di una condizione esistenziale, una presenza incombente che sussume ogni atto di vita. La figura di Satoru Gojo, che rappresenta l’apice della forza all’interno della narrazione, non è immune alla caducità. La sua potenza stessa lo isola, trasformandolo in un’entità quasi divina ma, paradossalmente, sola e soggetta alle medesime regole esistenziali che affliggono gli altri personaggi. Anche colui che sfida le leggi del mondo non può sfuggire alla consapevolezza che la vita è precaria, destinata a soccombere al peso della sua stessa entropia.
L’atto di combattere le maledizioni si configura come una lotta per la sopravvivenza, ma è altresì una riflessione sulla violenza insita nell’esistenza. I jujutsu sorcerers, incaricati di proteggere l’umanità dalle maledizioni, sono essi stessi agenti di morte, costretti a confrontarsi con l’oscuro riflesso della loro missione: combattere il male generato dalla loro stessa specie. Il combattimento diventa dunque una metafora della lotta incessante contro le forze della dissoluzione, una lotta che, tuttavia, non può mai essere completamente vinta.
L’opera riflette, in questo senso, sull’inevitabilità del disfacimento: ogni azione volta a mantenere l’equilibrio nel mondo è intrinsecamente destinata a fallire, perché la caducità è il principio stesso che sottende alla struttura dell’esistenza. Il male, come espressione dell’entropia cosmica, non può essere annichilito, ma solo momentaneamente contrastato.
Un ulteriore tema fondamentale è quello del sacrificio, visto non solo come atto eroico, ma come necessità esistenziale in un mondo votato alla distruzione. I personaggi di Jujutsu Kaisen sono spesso chiamati a sacrificare se stessi per il bene degli altri, consapevoli che il loro destino è segnato dalla sofferenza e dalla morte prematura. Questo riflette un’etica del sacrificio che non si fonda sulla speranza di un futuro migliore, bensì sulla consapevolezza tragica che ogni tentativo di salvare il mondo è destinato a essere vano.
La morte, in questo contesto, assume una valenza redentrice solo nel senso che permette ai protagonisti di opporsi, anche solo temporaneamente, all’avanzata del caos. Tuttavia, tale resistenza non è mai definitiva. L’essere umano è, in ultima analisi, fragile, esposto alle forze disgregatrici che risiedono tanto dentro quanto fuori di lui. Questa consapevolezza profonda della caducità dell’esistenza è ciò che conferisce a Jujutsu Kaisen la sua potenza filosofica, facendo di esso un’opera che trascende i confini del genere per porsi come riflessione metafisica sull'essenza dell'essere.
Infine, Jujutsu Kaisen si inoltra in una dimensione quasi esistenzialista in cui la caduticità non è solo la condizione dell’uomo, ma la sostanza stessa dell’essere. L’universo è un campo di forze disgreganti, e ogni forma di ordine e vita è minacciata dall’ineluttabile ritorno al caos. In questo scenario, non vi è redenzione, né una speranza metafisica che possa dare significato ultimo all’esistenza.
Il vuoto, incarnato dalle maledizioni e dalle forze del male, è la rappresentazione ultima della condizione umana: un vuoto che tutto ingloba e da cui nulla può sfuggire. La caduta diviene così la condizione stessa dell’esistenza: l’uomo è già caduto, intrappolato in un mondo che è riflesso del suo stesso smarrimento ontologico.
26 out of 40 users liked this review