Shinsekai Yori è una serie che sembra aver alzato troppo il gomito, e ora vi spiego perché. Ogni buona storia ha bisogno di una bussola che orienti il racconto e mantenga il percorso il più lineare possibile. Ecco, Shinsekai Yori una bussola ce l’ha, ed è pure ben funzionante, ma prima di partire per il viaggio si è scolata una bottiglia di vodka.
Il worldbuilding è senza dubbio il punto più evidente e affascinante di questa serie. Non è solo il motore della vicenda, ma anche il contenitore di una miriade di digressioni che si intrecciano con il racconto. Tuttavia, in questo contesto già molto maturo, il ritmo narrativo, già non troppo incalzante, subisce frequenti scossoni: la storia si perde, svenendo e dimenticandosi cosa stava facendo. Quando si risveglia, lo fa in modo traumatico, destabilizzando sia la trama che lo spettatore. Questa narrazione frammentaria non aiuta a cogliere pienamente i dettagli infiniti e complessi che questo mondo cela.
Per comprendere davvero ciò che la serie vuole trasmettere, lo spettatore deve raccogliere ogni singolo frammento e ricostruirlo con attenzione. Il problema è che sembra quasi che la serie stessa voglia respingere chi guarda: alterna momenti straordinari, in cui si discute di moralità e psicologia sociale, a flashback sul passato di questo strano mondo, senza alcuna continuità. Il risultato è una narrazione confusa, che a tratti diventa esasperante.
Non sto criticando i contenuti, sia chiaro (considerando da dove parte il materiale originale, riuscire a realizzare un anime di questo livello è già impressionante). Il problema sta nelle scelte degli showrunner, che hanno spezzettato le informazioni al punto da creare un’esperienza a metà tra il coinvolgimento totale e il caos. Questo approccio permette di immedesimarsi nei protagonisti, ma al tempo stesso logora la pazienza dello spettatore, che inevitabilmente, a un certo punto, si stanca (e sì, diciamolo pure in termini franchi: si rompe il cazzo).
Un altro elemento fondamentale da esaminare è la resa tecnica della serie. Il caos generato dalla trama confusa è amplificato da una realizzazione tecnica peculiare, frutto di un continuo avvicendamento tra registi e assistenti. Questo si traduce in un netto cambio di stile tra un episodio e l’altro, accentuato ulteriormente dal cambio di tratto nel disegno a metà stagione.
Questi ricambi hanno rappresentato un’arma a doppio taglio. Da un lato, ogni episodio beneficia di una regia diversa e fresca, capace di adattarsi al meglio a ciò che si vuole raccontare in quel particolare momento. Dall’altro, l’assenza di una continuità stilistica uniforme ha portato ad alcune puntate visivamente meno curate rispetto ad altre, creando un dislivello nella qualità complessiva. Questo aspetto, pur offrendo varietà, finisce per limitare una riflessione coerente sulla serie nel suo insieme. Un vero peccato.
Nonostante ciò, Shinsekai Yori rimane un prodotto che, pur con i suoi limiti, riesce nel suo intento. L’horror cosmico che permea la storia coinvolge profondamente lo spettatore, instillando un senso d’ansia costante, sia per l’atmosfera generale sia per il destino dei personaggi, ai quali ci si affeziona gradualmente.
Consigliata, con riserva.
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