
a review by tommyuwu1

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Sono più di quaranta minuti che cerco di capire come iniziare a parlare di questa serie. Da una parte c’è il mio lato da recensore e spettatore “oggettivo”, che prova ad analizzare con occhio quasi scientifico la riuscita o meno di un prodotto; dall’altra c’è invece il me più personale, quello che davanti a un’opera del genere finisce per scorgere una quantità di significati e messaggi forse persino superiore a quella che l’autore intendeva trasmettere.
Perché sì: il nuovo Casshern è un contenitore sterminato di temi e riflessioni, sorprendente soprattutto se si pensa che arrivi da una delle proprietà intellettuali più antiche della storia dell’animazione giapponese.
La serie Shinzō Ningen Casshern (1973) racconta di Tetsuya Azuma, trasformato in androide per combattere i robot ribelli guidati da Braiking Boss. Con Luna e il cane robot Friender affronta, in episodi autoconclusivi, nuove macchine nemiche. Il tono era cupo e drammatico, con temi di sacrificio e conflitto uomo–tecnologia. Lo stile era tipico degli anni ’70, con animazioni essenziali ma forti atmosfere eroiche. Le fondamenta per affrontare temi sociali ed esistenzialisti erano già presenti cinquant’anni fa, ma è solo nel 2008 che Casshern trova una nuova linfa vitale grazie al remake/reboot/sequel (chiamatelo come volete) firmato dallo studio Madhouse. Un’opera che non si limita a raccogliere l’eredità della serie originale, ma che si trasforma in un vero e proprio seguito spirituale, capace persino di superarla ed evolverla.
La serie Casshern Sins (2008) è una rivisitazione molto più cupa e introspettiva della storia originale. Casshern, un guerriero immortale, uccide la misteriosa Luna scatenando la “rovina”, una lenta decadenza che porta robot e umani verso la fine. Braccato da chi crede che divorarlo possa donare immortalità, vaga in un mondo desolato senza memoria del proprio passato. La trama segue il suo viaggio di redenzione, tra combattimenti e incontri con altri sopravvissuti.
La struttura fortemente antologica della serie non facilita certo lo spettatore. Mi spiego meglio: durante la visione mi è sembrato di trovarmi davanti a un contenitore pensato soprattutto per dare spazio alle tematiche che autori e showrunner volevano esplorare. L’approccio antologico, qui, è portato all’estremo: i collegamenti orizzontali tra un episodio e l’altro sono ridotti all’osso; un mondo uniforme e desolato, un protagonista che a tratti sembra quasi defilarsi, personaggi che appaiono e scompaiono in tempi record. Tutto questo rende l’esperienza frammentata e talvolta complessa da seguire.
Va anche detto che il mio giudizio nasce da una fruizione in modalità binge, e non dal ritmo televisivo con cui la serie venne distribuita all’epoca, che probabilmente restituiva una percezione diversa.
Va precisato un aspetto fondamentale: questa struttura estrema diventa in realtà il veicolo perfetto per le sensazioni che emergono guardando e ascoltando la serie. Il viaggio verso la redenzione di Casshern è complesso e quasi senza fine: non ci sono punti di riferimento chiari, perché i personaggi secondari entrano ed escono dalla narrazione, assumendo quasi il ruolo di metafore che trasmettono al protagonista strumenti per crescere e confrontarsi con le proprie colpe.
Kyashan (come viene chiamato per tutta la serie) è dilaniato da un senso di colpa che non riesce a fare completamente suo, dato che la sua memoria è frammentata e quasi inesistente. Solo questo elemento basterebbe a rendere la serie superiore alla sua predecessora, ma il discorso non si ferma qui: le riflessioni e i temi che la serie mette in campo sono praticamente infiniti, offrendo uno spazio enorme per la contemplazione e l’interpretazione.
Casshern Sins, la serie, è figlia del nuovo millennio: la fantascienza animata giapponese si è fatta sempre più pessimista e nichilista, anche nel circuito mainstream. Pensiamo a Texhnolyze o Ergo Proxy, due serie molto conosciute e apprezzate, che condividono con Casshern la stessa profondità riflessiva.
Tuttavia, in Casshern questi temi vengono portati all’estremo, probabilmente anche a causa di un pubblico di riferimento leggermente più piccolo d’età: la morte e la finitudine della vita, l’immortalità e i problemi che essa comporta, il senso dell’esistenza e dell’umanità in un mondo privo di speranza, e infine il rapporto tra uomo e macchina, con ciascuno dei due che desidera dall’altro elementi fondamentali per completarsi.
Per concludere, voglio fare un plauso alla realizzazione tecnico-artistica di questo gioiello, perché solo così lo si può definire. La regia è posata ma estremamente espressiva, legata a piani di reazione ricchi di significato e spesso molto emozionanti; la gestione del suono e della musica è quasi aulica, sottolineando l’assurdità di questo mondo; e il design complessivo è stratosferico, rendendo quest’opera quasi un vero e proprio capolavoro.
In definitiva, Casshern Sins non è solo un remake di un classico degli anni ’70: è un’opera che sa emozionare, sorprendere e far riflettere, capace di mescolare introspezione, filosofia e spettacolo visivo in modo raro. Tra temi universali, struttura anticonvenzionale e una realizzazione tecnica impeccabile, la serie si conferma come un punto di riferimento della fantascienza animata giapponese del nuovo millennio, capace di parlare tanto al cuore quanto alla mente dello spettatore.
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