
a review by tommyuwu1

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Sto recuperando innumerevoli serie ultimamente: partendo dal romantico True Tears (di cui sto pian piano scrivendo una piccola analisi), passando dal sequel quasi irrispettoso di Eureka Seven, Astral Ocean, fino ad arrivare al celeberrimo e acclamatissimo Fullmetal Alchemist. Eppure… eppure ho recuperato e finito prima, per l’ennesima volta, questo gioiello che è 86: un concentrato di tutto ciò che, in questi anni da appassionato sia di cinema che di animazione giapponese, mi ha interessato, e di tutto ciò che, come uomo politicamente attivo, mi fa non solo incazzare, ma anche piangere e infiammare. Insomma, gioco facile sì, ma voglio cercare di spiegare a mie parole come 86 riesca a essere probabilmente il prodotto seriale (ed industriale) più riuscito degli ultimi cinque anni.
Quest’analisi nasce non solo dopo l’ennesimo rewatch, ma anche dopo aver letto i primi tre volumi in italiano della light novel (giustamente, direi) premiata; per questo mi sarà veramente difficile evitare di comparare i due mezzi con cui la storia di Shin e Lena viene raccontata.
A-1 Pictures si prende l’enorme responsabilità di adattare a schermo la difficile opera di Asato Asato (curioso nome che deriva dall’unione dei caratteri del nome proprio della romanziera con quelli del numero ottantasei), una light novel scritta non solo con estremo estro, ma soprattutto con estremo dettaglio: la quantità di descrizioni presenti nella carta stampata dei tankōbon poteva rappresentare un vero punto debole per lo studio di Suginami, ma il debutto alla regia di Toshimasa Ishii (già assistente in lavori giganteschi come Erased e Mirai) ha saputo tener testa all’innumerevole quantità di parole. Difatti, la trasposizione animata riesce splendidamente a creare, anche solo attraverso le immagini, un mondo estremamente fedele a quello descritto nei libri, e quindi affascinante, stratificato e pensato nei minimi particolari.
Ma la qualità della trasposizione non si ferma assolutamente al solo world building (diciamocelo, necessario solo per i fan incalliti e i fanboy): la direzione della serie è infatti completamente incentrata nel seminare una miriade di piccoli dettagli che servono ad anticipare eventi futuri o, più semplicemente, a delineare i tratti dei personaggi protagonisti dell’opera. 86 non è mai interessata a spiegare tutto apertamente, quanto piuttosto a suggerire, a costruire senso attraverso l’accumulo di immagini, silenzi, gesti minimi e composizioni visive che assumono valore solo col tempo.
La regia, quindi, si adatta a questa necessità narrativa, a parer mio, in modo sensazionale: Ishii fa urlare il suo prodotto con montaggi veloci e alternati quando serve, e lascia respirare moltissime inquadrature quando queste necessitano di un momento di riposo. Le sequenze d’azione sono spesso frammentate, nervose, quasi soffocanti, mentre i momenti più intimi si concedono campi lunghi, inquadrature statiche e pause che pesano più di qualsiasi dialogo. È una regia che lavora per contrasti continui, rispecchiando perfettamente la dicotomia centrale dell’opera: guerra e quotidianità, vita e morte, distanza e contatto umano.
Uno degli aspetti più riusciti è proprio l’uso consapevole del silenzio e dello spazio: molte scene rinunciano volontariamente alla musica o al commento verbale per lasciare che siano l’inquadratura e il tempo a parlare. Questo approccio non solo rafforza il peso emotivo di ciò che viene mostrato, ma costringe lo spettatore a rimanere dentro la scena, senza appigli, rendendolo parte attiva del racconto. Anche la gestione dei punti di vista - spesso separati, spesso impossibilitati a incontrarsi davvero - diventa un elemento registico fondamentale, coerente con il tema della disumanizzazione e della distanza imposta dal sistema narrato.
Il risultato è un equilibrio estremamente maturo tra forma e contenuto: nulla sembra messo lì per puro estetismo, ma ogni scelta visiva contribuisce a rafforzare il sottotesto politico ed emotivo della serie. Questo bilanciamento fa sì che si respiri una produzione davvero vicina a prodotti da grande schermo, più legati a un pubblico consapevole di cosa sta guardando e di cosa sta sentendo, disposto ad ascoltare anche ciò che non viene detto esplicitamente.
Questo lavoro registico non si ferma però al mero approfondimento psicologico, perché 86 è prima di tutto un’opera profondamente politica, e la regia lo dimostra costantemente. Le scelte visive diventano uno strumento per rendere tangibile la violenza sistemica che attraversa la narrazione: la distanza fisica tra chi combatte e chi comanda non è solo narrativa, ma viene continuamente ribadita attraverso inquadrature separate, spazi che non comunicano e campi visivi che raramente coincidono. La regia insiste nel mostrare corpi sacrificabili e voci filtrate, schermi che sostituiscono il contatto umano, ambienti sterili contrapposti a spazi devastati, rendendo evidente come la disumanizzazione non passi solo dalle parole, ma soprattutto dalla messa in scena.
In questo senso, la guerra raccontata in 86 non è mai eroica: è sporca, ripetitiva, opprimente. Le battaglie vengono spesso private di qualsiasi esaltazione spettacolare, spezzate da montaggi secchi e da stacchi improvvisi che interrompono l’azione prima che possa diventare “intrattenimento”. La regia sembra voler negare allo spettatore il conforto dell’epica, costringendolo invece a confrontarsi con il peso della violenza e con l’idea che la morte, in quel contesto, sia soprattutto una procedura amministrativa.
Questa impostazione emerge in modo ancora più chiaro nel trattamento visivo dei due protagonisti. Shin e Lena non vengono mai messi in scena allo stesso modo, perché occupano due posizioni morali e politiche profondamente diverse all’interno del sistema narrato. Shin è spesso inquadrato dal basso o incorniciato da spazi chiusi, opprimenti, meccanici: la sua figura è costantemente schiacciata dall’ambiente, fusa con il campo di battaglia, quasi privata di un’identità che vada oltre il ruolo che gli è stato imposto. Anche quando è fermo, la regia lo mantiene in uno stato di tensione latente, come se non gli fosse mai davvero concesso di “esistere” al di fuori della guerra.
Lena, al contrario, viene inizialmente rappresentata attraverso inquadrature più aperte, pulite, spesso statiche, inserite in ambienti ordinati e luminosi. La sua distanza dal fronte è sottolineata visivamente tanto quanto quella emotiva e politica: lei guarda, ascolta, comanda, ma sempre da uno spazio che la protegge. Man mano che la narrazione procede, però, la regia lavora per erodere questa separazione, restringendo il suo campo visivo, isolandola sempre di più all’interno dell’inquadratura e caricando di peso emotivo anche i momenti di apparente quiete. È un percorso visivo che accompagna la sua presa di coscienza, senza mai bisogno di esplicitarla a parole.
In questo dialogo silenzioso tra regia e tematica politica, 86 riesce a fare qualcosa di raro: raccontare un sistema di oppressione non solo attraverso ciò che accade, ma attraverso come viene mostrato. La messa in scena diventa così una dichiarazione d’intenti, un atto di accusa che non urla mai, ma che lascia sedimentare rabbia, frustrazione e dolore nello spettatore, episodio dopo episodio.
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