
a review by tommyuwu1

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Non ci sarebbe assolutamente bisogno di parlare di questo True Tears, per due semplici ragioni: abbiamo visto duemila anime di questo tipo e, in generale, non c’è dietro nessuna figura veramente di spicco che richieda un’analisi approfondita, quasi monografica (come ho fatto, ad esempio, per ogni anime in cui Kunihiko Ikuhara ha lavorato).
Eppure, da quando l’ho iniziato, qualcosa nel mio cervello si è attivato: quella parte che mi spinge a scrivere e parlare di ciò che mi appassiona, le storie. True Tears è l’inizio di una storia ormai quasi ventennale, di uno studio che, nel bene o nel male, da piccolo Davide si è trasformato in un gigante Golia dell’industria: P.A. Works.
Saranno giusto due parole per cercare di esprimere principalmente ciò che ho provato durante la visione di questo ottimo prodotto, parole che si intrecceranno con l’analisi tecnica di un anime che ha di fatto lanciato lo studio di Nanto. True Tears, infatti, rappresenta il primissimo lavoro solista della compagnia giapponese, che da lì in poi vedrà soltanto crescere la propria popolarità in maniera davvero esponenziale. Another, Angel Beats!, Shirobako, The Eccentric Family, Tari Tari, fino ai grandi slice of life degli ultimi anni come Iroduku, Buddy Daddies e il meraviglioso Skip and Loafer: una storia di enormi successi, non solo numerici ma anche qualitativi, sempre estremamente curati e ormai riconoscibili in uno standard produttivo che li contraddistingue.
Shinichirō Nakagami è uno studente tranquillo che vive con Hiromi, amica d’infanzia rimasta orfana, la quale però tiene nascosti i suoi veri sentimenti dietro un atteggiamento freddo e distaccato. La quotidianità del ragazzo viene sconvolta quando incontra Noe, una ragazza eccentrica convinta di aver perso la capacità di piangere e decisa a “recuperare” le sue lacrime. Mentre Shinichirō cerca di aiutare Noe e allo stesso tempo di comprendere ciò che prova per Hiromi, i rapporti tra i personaggi si intrecciano in un delicato equilibrio di emozioni represse, promesse non dette e scelte dolorose. La storia procede come un viaggio interiore che mette alla prova i protagonisti, costringendoli a confrontarsi con ciò che desiderano davvero e con il peso delle proprie verità.
Ciò che stupisce a una prima visione dell’opera è soprattutto un elemento quasi extra-racconto: chi inizia un anime del genere con una certa esperienza pregressa rimarrà sorpreso dal fatto che qui dentro non ci siano praticamente mai i cliché tipici del genere e che si riscontrino solo raramente i classici momenti imbarazzanti per cui lo slice of life è, negli ultimi anni, diventato quasi impossibile da fruire (se non appunto in alcuni casi, anche citati in questo testo). True Tears cerca in ogni modo di rivolgersi a un pubblico leggermente più adulto, mescolando al racconto di un classico triangolo amoroso (qui molto più ampio) elementi piuttosto interessanti, come la ricerca delle lacrime di Noe e, più in generale, uno scontro tra personaggi che diventa anche un modo per rappresentare dinamiche di potere estremamente affascinanti. Tra Shinichirou, Hiromi e Noe sono evidenti in più momenti le differenze psichiche e sociali che li separano e, fortunatamente, non vengono mai urlate ai quattro venti, ma si stratificano nel tempo, contribuendo a creare personaggi ben più che bidimensionali.
Questo significa allora che tutto ciò che vediamo e sentiamo sia oro colato? Assolutamente no, anzi: di problemi questa serie animata ne ha davvero a decine. Mari Okada (ai più non sarà nota, ma chi bazzica questi lidi la conoscerà di sicuro), qui alla sua prima opera, cerca in ogni modo di rendere il prodotto il più adulto possibile, complicando gli eventi e allungando una trama che avrebbe potuto chiudersi prima e che, a un certo punto, smette persino di raccontare davvero. In più momenti si ha la sensazione di non stare guardando la miglior versione possibile di questo anime, che probabilmente nella testa della Okada avrebbe dovuto essere raccontato in modo diverso, oppure che ha semplicemente subito tagli e allungamenti là dove non erano necessari. Ricordiamo, infatti, che si tratta di un anime di lancio per uno studio destinato a diventare un colosso: non critico quindi la probabile scelta industriale di intervenire sul racconto, ma mi limito a riportare ciò che penso di questa potenziale, ottima sceneggiatura.
È quasi inutile commentare la resa tecnica e registica di quest’opera: basta davvero mettersi alla visione per comprendere il perché di certe scelte cromatiche e di una particolare rappresentazione di sfondi e sfumature. Il tutto, infatti, si mescola in modo profondo con il racconto e diventa esso stesso un metodo per narrare. Mi limito a citare una puntata che ritengo estremamente riuscita a livello visivo, la nona, che gioca molto sulla ripetizione delle stesse inquadrature nel tentativo di raccontare temi e personaggi differenti, riuscendoci forse solo in parte.
In conclusione, True Tears si rivela un’opera imperfetta ma sincera, capace di distinguersi all’interno del panorama slice of life grazie a scelte narrative e stilistiche più mature della media. Pur soffrendo di una sceneggiatura talvolta dilatata e non sempre centrata, l’anime mostra già i semi di quella sensibilità autoriale e produttiva che diventerà il marchio di P.A. Works. La forza della serie risiede soprattutto nella costruzione dei personaggi e nel modo in cui la regia e l’estetica visiva si intrecciano al racconto. Non è un capolavoro, ma un punto di partenza fondamentale. Ed è proprio in questa sua natura di esordio che True Tears trova il suo valore più autentico.
8.5 out of 9 users liked this review