
a review by Maerio

a review by Maerio
Quando venni a sapere che WIT STUDIO era lo studio assegnato alla nuova opera animata di Netflix, non potevo trattenere l’hype.
Reduce da un finale da pazzi per la terza stagione di Shingeki no Kyojin (Attack on Titan), che mi aveva messo i brividi come la prima volta che lessi il manga, non potevo far altro che entusiasmarmi dinanzi a una serie che portava lo stesso marchio, pur non avendo lo stesso staff (che a mesi sarebbe passato a MAPPA).
Figuratevi la mia reazione quando venni a sapere che il concept dei personaggi era stato affidato a Yoshiyuki Sadamoto, uno dei character designer di Evangelion e l’animatore di altri anime che ho molto a cuore, come Gurren Lagann o FLCL.
Ancor prima di iniziarla ero sicuro che l’opera mi sarebbe rimasta impressa, e non mi soffermai nemmeno a vedere gli altri membri dello staff, tra cui figuravano Hiro Kaburagi (91 Days, Fantastic Children) o Ryota Kosawa.
Quanto mai non l’ho fatto: se fossi stato a conoscenza che colui che aveva tra le mani lo script dell’opera fosse un novellino alle prime armi, forse le mie aspettative e conseguenti delusioni non sarebbero state così grandi.
Ma cos’è Great Pretender? I più vecchi di voi ricorderanno benissimo l’omonima canzone, la cui fama è in parte dovuta al fenomenale Freddie Mercury, che ne fece la cover. Con questo titolo l’autore va a identificare la figura di Makoto Edamura, protagonista dell’opera, che si vanta di essere il più grande truffatore del Giappone. Vanto di poco conto, dato che da lì a poco vediamo uno straniero di nome Laurent ingannarlo e successivamente prenderlo sotto la sua ala, portandolo con sé durante le sue truffe in giro per il mondo.
L’anime si divide in un totale di 4 truffe, organizzate nei quattro angoli del globo, le quali avranno come protagonista un membro differente della banda: Los Angeles per Makoto, Singapore per Abigail, Londra per Cynthia e Asia per Laurent e il membro “segreto”, e come antagonisti dei classici cattivoni che in un modo o nell’altro vanno a relazionarsi col passato della nostra crew.

La serie animata si presenta molto bene ma al tempo stesso molto male; da una parte difatti abbiamo un design unico per i personaggi, una buona seppur scontata caratterizzazione e un’ottima visione: la palette di colori è molto accesa e l’animazione si presenta fluida e frenetica. Tuttavia il rovescio della medaglia si presenta nelle parti logiche della narrazione, vittime forse della mano inesperta dell’autore o di un velato, ma malriuscito, labirinto. Pur di coprire i buchi di trama vengono utilizzate delle forzature enormi o piani tanto elaborati quanto inutili, con uno schema che è sempre il solito. Spesso essi sono così scontati o così impossibili da far ribrezzo per quante volte li vediamo accadere; “Grandi Piani” che potrebbero crollare su loro stessi con una piccola spinta. Senza contare l’eccessiva teatralità impiegata dai membri della banda, che potrebbe far nascondere Lelouch (Code Geass) in un angolino per l’imbarazzo.
Musicalmente parlando invece, l’opera è molto particolare. L’opening è un tema Jazz molto presente nell’opera, composta appositamente da Yutaka Yamada, e andrà a fare da sottofondo nelle scene finali più frenetiche per ogni cour.Un piacere ascoltare ogni volta la cover di GP, un occhiolino molto gradito a vari fan.
Ma quindi? Perché recensire un’opera che sembra così mediocre? La risposta è semplice: seppur la trama e il contesto sia molto fragile, la vera forza sta nella banale ma perfetta costruzione dei personaggi (seppur con un piccolo scivolone nel finale).
Sia i protagonisti che gli antagonisti sono ben fatti, la loro storia parla da sola e non c’è bisogno di alcun approfondimento o spiegazione per capire quello che fanno.
Inoltre un pregio della regia è quello di riuscire a dedicare la calma necessaria per mostrare i vari passati dei personaggi, trattando temi molto attuali come le guerre in medio-oriente, l’amore o il legame padre-figlio.
Per concludere, direi che è il momento di parlare delle mie considerazioni personali: essendo io uno che privilegia lo sviluppo della trama, è intuibile che sotto questo aspetto boccio del tutto la serie.
Fin da piccolo venivo imboccato dai miei con pane e Clooney (Ocean’s Series) e quindi vedere una serie simile trattata con così svago per quanto riguardava essere uno dei suoi temi principali (le rapine) mi ha fatto talmente storcere il naso fino a spezzarlo; aggiungendo inoltre la mia poca passione per le commedie i pochi momenti “volutamente esagerati e spensierati” sono pesati e non poco durante la visione di questa serie, complice anche un doppiaggio che era tutto fuorchè perfetto, seppur con molte lodi.
Ho fatto fatica a empatizzare e affezionarmi ai vari personaggi, fatta eccezione forse per Abigail (Tomboy girlfriend for life), che ha trattato degli argomenti che mi stanno un attimo più a cuore, complice anche il fatto che sto approfondendo molto il tema tramite Mobile Suit Gundam negli ultimi tempi. Tuttavia è una serie che nonostante tutto mi ha intrattenuto e che fa il suo sporco lavoro, e non faccio altro che augurare il meglio a Kosawa.
L’amaro in bocca è stato tanto, e se gestito un attimo meglio sarebbe potuto esser tranquillamente l’anime della stagione. Ma si sa, ai “jappo” piace giocare facile sotto certi punti di vista e molto spesso la narrazione è una di queste.
La scena finale è quella che probabilmente mi ha trasmesso più rabbia, come se forzatamente si cercasse di aprire un finale chiuso.
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