
Ma cos’ha di così interessante l’Attacco dei Giganti? Un anime di umanità unita in una città isolata contro un mondo popolato da giganti senza cervello, affamati di carne umana, dove la nostra razza vuole cercare di liberarsi della pressione esterna per riottenere la libertà.
Il più grande merito della serie è nella sua ingegnosità strutturale e tematica, ma anche nell’idea di unire classicità e innovazione in un respiro mainstream che si può notare non solo nei risultati sopracitati ma anche nel linguaggio, che quasi cerca di “educare” alla complessità una certa fascia di pubblico normalmente non abituata a questo tipo di contenuti; quindi, evitando di chiudersi in una nicchia di “addetti ai lavori” come fanno altri lavori dai temi altrettanto duri.
È interessante vedere quest’anime anche in relazione a ciò che c’era prima e in contemporanea: una serie che unisce a sé innumerevoli generi, dando a ogni fascia di pubblico ciò che vuole senza che ci siano faide interne: ci sono la tipica struttura e i tipici topos di una serie tratta da un manga battle shōnen (in maniera da far sentire un po' a suo agio un pubblico casual): il protagonista poco sveglio ma combattivo e altruista, la comprimaria donna, l’altro comprimario che è cervellone ma fifone, i passati tragici che muovono la loro determinazione e li spingono a maturare, la sottotrama di allenamento e gli avversari che via via diventano sempre più ostici ma che al massimo si limitano ad accennare chi sarà il vero boss avversario del primo arco narrativo.
C’è anche un utilizzo dei giganti come esoscheletro da battaglia che può ricordare il genere mecha trapiantato in figure fatte di carne, ispirazione che si può notare anche nel sottofondo fantapolitico delle stagioni successive alla prima, se lo notiamo in relazione al genere kaiju tanto caro in Giappone (come Godzilla e King Kong, per intenderci), ai valori da samurai, possiamo percepire la serie come un’opera molto giapponese senza che però ciò sia lampante, in modo da adattarsi anche ai nostri gusti.
Gli aspetti occidentali sono però altrettanto evidenti nelle radici culturali del mondo inventato: un ambiente ispirato all’Europa del centro-nord (soprattutto della Germania) tra Ottocento e Novecento, che ha un effetto anche sull’aspetto dei personaggi, è uno dei pochi casi negli anime in cui si punta sul realismo per la rappresentazione fisica e onomastica delle etnie o delle location: i personaggi sono prevalentemente caucasici e hanno nomi che sembrano effettivamente tedeschi, inglesi e norreni, ma i produttori conservano le loro radici in una maniera sensata tramite l’inserimento di alcuni personaggi simil-giapponesi visti come stranieri e visibilmente diversi dagli altri (l’esempio più eclatante: la deuteragonista Mikasa), già questo lascia intendere come l’Attacco dei Giganti sia arrivato al momento giusto: l’estetica così cosmopolita (anche conclamata da personaggi che parlano delle distinzioni etniche tra di loro) non avrebbe molto probabilmente avuto successo anni fa, in una nazione come il Giappone che era commercialmente allergica ad ambientazioni simil-straniere e per molti aspetti ancora lo è per ancestrali motivi storico-sociali, è un mondo tratteggiato con maestria e che sembra coerente, verosimile e con un’estetica che non assomiglia a nessun’altra che io conosca.
L’altra grande peculiarità che ha fatto il successo dell’Attacco dei Giganti (forse la più lampante), è che sia forse il primo grande anime mainstream di portata epica che ribalta però la prospettiva tipica del genere anche a livello filosofico: manca quell’ottimismo generale che lo contraddistingue, con un afflato che in molti tratti ricorda le tragedie greche nel far compiere ai personaggi scelte sempre più difficili.
Proprio per questa tragicità, l’Attacco dei Giganti presenta una violenza e una malsanità delle situazioni che non ci si aspetta in un anime di target adolescenziale, una violenza che da molti è stata tacciata di esagerazione fine a sé stessa ma che in realtà è finalizzata sì all’impatto sensazionalistico dei social ma anche a comunicare il carattere selvaggio degli avversari, la brutalità e il senso di pericolo che serve a fare sentire la guerra “vera”, a far sentire allo spettatore che nessun personaggio è al sicuro, in modo da non banalizzare gli argomenti trattati.
Per attuare tutte le sue mosse innovative, la serie sceglie di unire bene una volontà di mostrare subito l’essenza della serie e in contemporanea di indorare la pillola allo spettatore: la prima stagione, con il suo fatalismo e la sua violenza inaspettata in quel momento, genera un impatto emotivo iniziale che via via si supera con il passare della serie, che prova ad attuare una scelta difficile: quella di abituarti a conoscere sempre l’implacabilità di una guerra contro degli animali irrazionali perché questo sono, in buona parte, i giganti di questa serie, più vicini a zombie che al tipico gigante dotato di intelletto che è più diffuso nelle mitologie, ed è questo il modo in cui la serie rielabora il concetto di kaiju: creature fin troppo simili visibilmente agli esseri umani ma allo stesso tempo più selvagge e pericolose degli animali comunemente intesi, in questo all’inizio della serie sembravano quasi delle allegorie viventi dell’insensatezza del mondo o dell’implacabilità della natura, proprio perché non erano dei personaggi veri e propri ma più dei congegni viventi della trama.
Da questo discorso ne consegue che la serie evita sapientemente i tipici patemi melodrammatici di queste serie così dove muoiono tanti personaggi: la serie segna un dialogo continuo con lo spettatore e tra i personaggi che gli fa capire sempre: “qua non si scherza. Molte morti potrebbero essere premature e non avere senso, tu però dovrai continuare lo stesso”.
Ciò non significa che a livello strettamente narratologico e drammaturgico le morti non abbiano senso, generano sempre un impatto sui personaggi e nella trama, tranne quando si tratta proprio di comparse che più terziarie non si può, la serie però mantiene sempre un certo grado di imprevedibilità e di spigolosità che contrasta con il tipico dipanamento delle morti preparato a tavolino, in questo senso la serie cattura tutta la spontaneità e la durezza della guerra, al punto da essere in molti casi emotivamente sfiancante per lo spettatore nel suo ritmo tesissimo, sono proprio questi i colpi di scena che ne hanno aumentato l’impatto mediatico, potenziato dalle musiche di altissima fattura.
Fino ad ora mi sono focalizzato molto sull’aspetto dell'impatto mainstream, ma questo non è per ardire discorsi “didattici” o al contrario anticonformisti, perché un elemento importante dell’Attacco dei Giganti è come questa volontà si interseca con il suo linguaggio che sembra sempre avere un interlocutore ben definito. Il suo congegno narrativo si basa proprio sulla comunicazione allo spettatore, a partire già dalle piccole transizioni con piccole didascalie di informazioni (ad esempio sul tipo di pasti che fanno i soldati o topografie dei posti), che fanno entrare sempre di più lo spettatore dentro il mondo creato, un po’ come si faceva con Death Note per il funzionamento del quaderno, di cui ne riprende il format, ma migliorandolo perché evita di ripetere informazioni, sfruttando le didascalie solo per parlare di cose inedite, sebbene non fondamentali ai fini della comprensione della storia, le scene sembrano sempre dare messaggi “cifrati”, si ha la sensazione che quasi nulla sia stato improvvisato e che un’immensa trama verticale si dipani attraverso dei passaggi che servono a fidelizzare lo spettatore, mettendolo alla prova senza metterlo veramente alla prova, poiché le morti servono ad “anestetizzarlo” e ad evitarne un distacco indignato (a differenza di come solitamente può succedere in anime così cupi e violenti), tenendolo però sempre attaccato alla storia tramite misteri e i punti di raccordo tra i vari episodi basati sul lasciare con il fiato sospeso, anche i grandi cambi di genere come quelli della quarta stagione sono stati collocati in quel momento lì per tenere attaccato lo spettatore comune che altrimenti si sentirebbe respinto da simili temi posti come premessa, come a voler persuaderlo che, visti i precedenti, l’atto di fede verrà ricompensato.
La perizia sull’aspetto tecnico (ben riuscito per tutti e due gli studi di animazione) e nell’evitare i buchi di trama danno quindi l’idea di un anime che era stato già pensato e concepito quasi con spavalderia nel suo gargantuesco impiego di risorse ed anche da questo si capisce la lungimiranza di questo progetto: il riuscire a trattare lo spettatore per com’è, non come uno stupido che si vuole mantenere stupido, c’è un’enorme autoconsapevolezza e una sana scaltrezza rarissima nel mondo degli anime.
Agli occhi occidentali, i colpi di scena della serie si devono anche ad un utilizzo accentuato fino al parossismo della struttura del kishōtenketsu presente nella maggior parte delle opere narrative giapponesi, che si oppone alla struttura in tre atti del viaggio dell’eroe comunemente usato in occidente.
La struttura si dipana così:
1) Introduzione (‘ki) dove vengono presentati i personaggi.
2) Sviluppo (‘sho) dipana la storia verso la svolta.
3) Colpo di scena (‘ten) dove c’è un brusco cambiamento spesso imprevedibile.
4) Conclusione (‘ketsu) dove vengono connessi i puntini del colpo di scena con le premesse delle prime due fasi, arrivando ad un finale che ricontestualizza tutto.
Mentre il nostro modello tipico è questo:
1) Introduzione dei personaggi, definisce lo spirito della storia.
2) Svolgimento in cui la condizione di quiete iniziale viene rotta, portando ad uno scontro.
3) Finale dove la crisi creata nello svolgimento viene risolta.
Da questo confronto possiamo notare quindi come la struttura attuata dall’Attacco dei Giganti sia più tortuosa, più brusca nei suoi mutamenti (il terzo atto parte parte dopo la seconda metà della serie, dove cioè lo spettatore si è costruito aspettative ben precise) rispetto al solito modello occidentale, in un andamento che vuole giustificare, attraverso una continua ricontestualizzazione delle informazioni, una tecnica che non viene usata solo in larga scala ma anche su piccola scala nella sua volontà di non diluire più di tanto le informazioni date allo spettatore, ma scatenandoli in vigorose valanghe di informazioni che risultano spesso un inutile sfoggio di colpi di scena a tutti i costi che rende l’opera più difficile da fruire non perché lo sia veramente, ma per il modo troppo frenetico in cui tutto ciò viene comunicato, ma che sicuramente è utile per aumentare l’impatto sensazionalista della serie e i video sui social con tanti “mindblowing” nei titoli, mantenendo la botta di adrenalina nello spettatore con le scene d’azione e il ritmo forsennato che caratterizza la serie, tenendo attaccato lo spettatore più pigro per circoscrivere tutte le informazioni in pochi singoli momenti di pathos, un atto di furbizia che però evidenzia i limiti di un simile approccio lungimirante, ma con difetti evidenti.
I personaggi principali sono tutti tra il gradevole e l’eccellente, anche se limitati nella loro tridimensionalità da un intreccio sempre focalizzato sulla macrotrama e sul conflitto con i titani, a discapito del "micro".
Eren è un personaggio che sembra una fusione tra la classica testacalda shōnen e i grandi antieroi vendicativi degli anime edgy dei primi anni 2000 (dopotutto, il manga è iniziato nel 2009), che eccelle nel cambiare sapientemente di volta in volta l’opinione dello spettatore dove voluto dai creativi, per arrivare agli ultimi episodi per molti aspetti deludenti, ma comunque discreti e in grado di darci una prospettiva interessante e coerente del personaggio.
Mikasa è il classico esempio di personaggio alla Zoro di One Piece che si fa ben volere, perdonatemi lo slang dialettale ma non esistono sinonimi in italiano standard, per lo “sfoggio di cazzimma” e la sua indole tra l’onore, il cinismo e la serietà da donna alfa. L’aspetto interessante è che uno stereotipo del genere sia stato scelto per una donna, ma per il resto risulta un personaggio abbastanza fine a sé stesso e al massimo alla storia d’amore, il suo problema è più che altro il fatto di essere via via sovrastata qualitativamente da Levi, secondo Zoro della serie dal design e dal fascino nettamente superiore, tra l’altro con doti di combattimento migliori che superano Mikasa nello stesso campionato, tra l'altro ha i combattimenti più belli capaci di far tornare il bambino eccitato nello spettatore, nonché il doppiatore giapponese di Trafalgar Law di One Piece che merita una nota a sé per quanto è bravo e con un timbro unico. Levi è anche protagonista delle chicche più virtuosistiche e adrenaliniche della regia della serie, che gioca con il movimento, i piani e i punti di vista con la fluidità di un film.
Reiner e Berthold incarnano bene l’impatto emotivo e mentale delle sfide difficili e della guerra, in un certo senso le grandi vittime psicologiche della macrotrama e in modo diverso risultano quindi molto importanti per incarnare lo spirito tragico della serie.
Armin è invece un personaggio sempre oscillante tra didascalismi e originalità, anch’esso abbastanza tradizionale ma ben riuscito, mentre Hange con il suo temperamento un po’ folle e carismatico risulta uno dei personaggi più singolari, purtroppo reso in maniera troppo didascalica sul finale.
Il vero personaggio capolavoro della serie è però Erwin: la vera incarnazione dello spirito della serie intera, in lui c’è quel conflitto perenne nella serie tra infantile curiosità ed eroismo, c’è quella disillusione che rompe la retorica romantica del salvare tutti a tutti i costi, ti trascina in un mondo in cui non è possibile salvare tutti e si è costretti a sacrificare le proprie emozioni più immediate per mantenere la riuscita di un piano ragionato, dove si è costretti a scegliere tra vite diverse se la situazione lo rende necessario, purtroppo è così che avviene in situazioni straordinarie di guerra e tragedia ed Erwin rappresenta quindi al contempo due concetti purtroppo visti come inconciliabili: l’eroismo più puro e il pragmatismo più totale, dimostrando come anche un anime fantasy sia in grado di narrare la guerra meglio di tante serie e film realistici, il suo ultimo discorso ai soldati rimane uno dei momenti più intensi e da brividi della storia dell’animazione, sia nel doppiaggio italiano che giapponese.
In conclusione, l’Attacco dei Giganti è un cult magistrale e originale ma soprattutto confezionato con grande perizia e profondità di intenti, che considererei un capolavoro se non fosse per alcune forzature (tipo la fiala nella 3x08, il fuoco intorno al gigante d’attacco poi non usato più o il cambiamento di Falco sul finale), il flusso di informazioni, il finale un po' difettoso, la ripetitività di un ritmo così forsennato che, per la sentita necessità di abbattere tutto ciò che si avvicina ad un filler, allevia la profondità di personaggi comunque in buona parte molto tradizionali, che sembrano più versioni fatte meglio di altri che personaggi propriamente unici.
15 out of 21 users liked this review