
a review by Dreamweaver99

a review by Dreamweaver99

Ed è vero, è impossibile concepire una storia di qualsiasi arte senza che vi siano collegamenti tra una disciplina e un’altra, specialmente in un’arte che si basa sia sull’immagine che sul sonoro.
Però si può dire che, tendenzialmente, in un’arte nata nel capitalismo come la settima, si cerca di circoscrivere a sottotesti e citazioni i riferimenti ad altre discipline per mantenere l’opera fruibile anche per chi si interessa solo a quella, in poche parole rendendo la comprensione dei riferimenti facoltativa.
Ebbene, una parte dell’originalità di Texhnolyze sta nell’aver cambiato l’approccio con cui la serialità animata (e forse non solo quella) vede i riferimenti, ma andiamo con ordine.
La trama di Texhnolyze, anime original con autori principali Chiaki J. Konaka, Yoshitoshi ABe e Yasuyuki Ueda, è essenzialmente questa: siamo a Lux, una città sotterranea e fantascientifica ma degradata, gestita da cinque gruppi:
1) La Classe: un’ignota casta di persone della superficie che, tramite l’Organo, governa Lux.
2) L’Organo: comandato da Onishi, è il governo della città che basa la sua importanza sui contatti con la mafia e il contrabbando delle protesi (i texhnolyze) per i mutili.
3) L’Unione: comandata da Genji, è un gruppo di ribelli verso l’Organo, di cui valori si basano sul mettere la collettività sopra l’individuo.
4) Rakan: comandato da Shinji, è un collettivo di giovani teppisti anarcoidi che cercano le minori responsabilità possibili per poter essere liberi e vivere di svago.
5) Gabe: “comandato” da Ran, è un gruppo di fedeli riunitisi intorno a lei, in quanto capace di vedere il futuro.
Nel corso della serie, seguiamo i contenziosi tra questi collettivi, soprattutto attraverso i loro leader e quello che è sulla carta il protagonista della storia: Ichise, personaggio che non ha una vera appartenenza ma che è un lottatore mutilo e rabbioso, in cerca della sua strada.
Il mondo di Texhnolyze è una distopia che sembra quasi post-apocalittica nel suo retrofuturismo e nella sua vaghezza di riferimenti al nostro mondo reale, eppure è anche questo il suo fascino: il mondo di Lux vive in una luce artificiale e smorta, la macchina da presa come nel cinema indulge nel mostrarne gli edifici in inquadrature sghembe e contemplative, cercando una ripetitività in molti casi alienante che dona all’ambientazione un senso di malsano perenne, moltiplicato dalla bassa definizione quasi come in una serie d’epoca che dona all’opera un senso di squallido realismo difficile da trovare persino nelle opere realistiche in carne ed ossa, ma al contempo quella scarsa definizione, quei paesaggi vagamente a-la De Chirico e la messa in scena abulica danno l’idea di una serie dal ritmo complesso da digerire, non semplicemente poiché profondo e sperimentale ma poiché vuole sacrificare tutte le strutture canoniche della narrazione per un modo di raccontare puramente per immagini, suoni e la lentezza alienante del ritmo, a sfavore della trama, delle strutture, dei dialoghi che sono spesso secondari per rappresentare un senso di circolarità della storia e di capovolgimento dello zen.
Se nello zen vero la dilatazione contemplativa viene usata per porre con serenità l’accento sulle piccole cose della vita (esempi: Kitchen di Banana Yoshimoto o il recente Perfect Days di Wenders), qui la dilatazione è nichilistica, serve a plasmare un’atmosfera dove persino la morte e la perdita di libero arbitrio smettono di generare emozioni negative di tipo violento nello spettatore, verso una condizione sempre sospesa tra straniamento, malinconia e depressione, in questo modo arriva verso un concetto di avanguardia diverso rispetto a quello di Serial Experiments Lain (degli stessi autori) o Neon Genesis Evangelion, poiché sfrutta un impianto estetico più tradizionale per aumentare il disagio dello spettatore, puntando su una trama più sfilacciata e su un'atmosfera più minimalista.
Questo tipo di rigore atmosferico di Texhnolyze ha più a che fare con certi libri più sperimentali o film con Stalker o l’Ultimo Anno a Marienbad che con gli anime per come li conosciamo (non è detto che lo studio li conoscesse, ma non è questo il punto), cosa che non porta a spersonalizzare il medium anime con peculiarità del cinema in carne ed ossa perché erano possibili fin dall’inizio, ma piuttosto dimostra come queste cosiddette peculiarità non siano in realtà proprie del cinema, ma piuttosto siano state ignorate nel mondo degli anime per la loro anti-commercialità intrinseca, al punto da non creare radici vere e proprie in quel settore ed è proprio in questo che Texhnolyze è innovativo e pressoché alieno: il suo impianto di riferimento è più tipico dei film o dei romanzi, pur avendo tutte le caratteristiche di un anime e ciò lo rende nell'insieme diverso anche dai prodotti degli altri media.
Un altro aspetto fondamentale è l’idea che la serie abbia una filosofia di fondo espressa nella stessa esistenza di quei gruppi e di quei leader, che si basano su idee molto semplici, atte a sintetizzare certe dinamiche del nostro mondo reale: l’Organo è sostanzialmente una meritocrazia illusoria e capitalistica, l’Unione il socialismo, Gabe è la religione come palliativo delle coscienze, Rakan è il tipico spirito del consumismo travestito da ribellione dell’adolescenza; guardando la serie si ha la sensazione che tutte e quattro le fazioni abbiano ragione e torto allo stesso tempo, alcune di più e altre di meno, ma comunque tutte sono circondate da un senso d’incertezza e di alienazione che pervade in primo luogo il protagonista Ichise, che è una decostruzione del concetto di protagonista: è passivo e povero di qualità, autonomia, autoconsapevolezza, manca tutto ciò che normalmente si cerca in questa figura, anche nel tipico protagonista cattivo e criminale di alcuni noir che si contraddistingue per avere comunque più sicurezza morale, è immorale ma mai amorale.
Ichise è nient’altro che la vittima e l’incarnazione del determinismo che sottende tutto Texhnolyze ed è per questo che è stato scelto come protagonista: il suo essere mina vagante lo porta ad essere l’unico che ha a che fare con tutti i personaggi, in più è l’anima della storia.
I collettivi che rappresentano ideologie e i loro capi dalla caratterizzazione distinta sono insomma nient’altro che i fantasmi di un nonluogo noir condannato ad un determinismo perenne che trova il suo completamento nella superficie, dall’estetica assolata che ricorda i dipinti di Hopper e ancora più alienata, quest'idea di nonluogo suggerita anche dalla prospettiva metanarrativa che nasce dall’idea del villain finale Kano per cui il mondo viene dalla sua immaginazione, sulla quale può per questo fare di tutto.
Il sotterraneo non è che una sorta di simbolico oltretomba dove sono relegati gli scarti della società, i poveri e i criminali che non appartengono al conformismo fastoso della superficie, in questo senso la serie aumenta notevolmente in lungimiranza nell’ultima parte e completa il significato dell’azione di un capolavoro nel capolavoro che è il personaggio di Yoshii: entrare nella classe viene considerato un privilegio, un’ascesa sociale ma, se quel mondo di villette assolate e bellezze naturali è ridotto ad una ricchezza che non lenisce la depressione, è proprio un mondo di maggiori sofferenze, passioni e tumulti che risulta più redimibile rispetto ad un ceto che non riesce più a provare gioia in nessuna maniera e non vuole “abbassarsi” e immischiarsi con l’abisso per cambiare semplicemente perché non ha più la forza di cambiare.
La morte di Yoshii nell’episodio 10 è il vero finale della serie, il resto è un lamento di un fantasma che nella linea di confine tra aldiquà e aldilà cerca vanamente di tornare alla vita, in questo rompendo ancora una volta i canoni strutturali, senza che però che ciò che viene dopo sia inutile: al contrario, gli ultimi episodi sono i più belli, ci fanno scoprire che quel “conclusion” con cui è nominato l’episodio è veramente tale solo da lì in poi, con una chiusura che fa quadrare tutto, facendo sentire il peso di ciò che non è potuto avvenire, è una rottura dei tradizionali canoni della narratologia che pongono l’accento su ciò che è avvenuto rispetto a ciò che sarebbe potuto avvenire.
In questo senso, Texhnolyze è un anime profondamente politico, perché rompe tutte le possibili idealizzazioni e il senso delle ideologie con il monito di uno specchio deformato che riflette in maniera potenziata i problemi esistenti nella società contemporanea, incarna ciò a cui potrebbe portare l’indifferenza massificata, raschia tutte queste illusioni per far capire la strada da percorrere: quello che serve per arrivare al vero cambiamento è una trasformazione di massa nello spirito prima che delle istituzioni e della religione, una coscienza del mondo prima ancora che una spinta della forza di volontà, perché personaggi come Onishi hanno uno spirito d’altruismo e un buon cuore ma non hanno una consapevolezza vera di ciò di cui ha bisogno la società e di come realizzare questo cambiamento.
In conclusione, Texhnolyze è un capolavoro d’avanguardia cyberpunk che valica per ambizione ogni auto-limitazione del suo medium, con un rigore oltranzista nella struttura e nella messa in scena non fine a sé stesso ma funzionale alla filosofia della storia, che mira a rendere l'atmosfera una sorta di stato d'animo, grazie ad un minimalismo perenne fin dal design dei personaggi intenzionalmente semplice così come le animazioni e tutto il resto, in funzione del contenuto quasi monastico nella sua mortificazione terrena e nella sua estetica intenzionalmente grezza e a bassa definizione. Da questo punto di vista, le protesi che danno titolo alla serie assumono un valore di allegoria di qualcosa che si nutre della vita e distorce l’anima dopo aver tamponato i problemi in maniera illusoria come una botta di dopamina, in una situazione che vanifica l'importanza dei beni materiali e delle ideologie rispetto ad uno stato d'animo e un'ispirazione vitale che deve prescindere il più possibile dalle influenze del mondo esterno. In questo senso, è proprio un personaggio antieroico come Yoshii a dare un insegnamento disperato come una parabola biblica da non prendere sul letterale in un mondo dove nulla è bianco o nero, ma tutto è grigio e irrecuperabile.
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