
a review by Dreamweaver99

a review by Dreamweaver99

Una storia nuova? Tutt'altro, è una sinossi simile a tante altre del kwaidan: questo genere di storie radicate nel folklore giapponese, soprattutto nella tradizione shintoista.
Ma perché, ciononostante, Mononoke segna una piccola rivoluzione? Una rivoluzione alla quale sembra ancora più difficile credere da queste premesse e pensando al fatto che quest'anime è uno spin-off di un altro e che la sua uscita è nei 2000, un momento nel quale un po' tutte le arti fanno fatica a cambiare.
Gli antesignani sono tanti, solo per citare alcuni nomi oltre ai kwaidan: le stampe ukiyo-e (come la grande onda di Hokusai, per chi non se ne intenda), Ayakashi di cui è spin-off, la trasposizione anime del Conte di Montecristo da cui trae un simile stile "materico", oppure altri prodotti che sembrano disegnati a mano come Belladonna of Sadness, vi sono però anche diversi momenti all'occidentale come una citazione al bacio di Klimt e ai dipinti di Picasso, entrambi gli stili quasi copiati in alcune immagini della serie.
Per capire l'importanza di Mononoke, dobbiamo pensare alle dinamiche dell'animazione come medium: questa ha sempre avuto alcuni limiti creativi: tra i quali il non essere in grado di rendere l'idea della materia, con le sue venature e i suoi buchi che nella vita reale notiamo anche ad occhio nudo nelle cose e che ci danno la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di più concreto e complesso.
Se l'anime del Conte di Montecristo aveva provato ad agire su questo aspetto stilistico, il risultato è più misto e meno radicale perché si è cercato di fondere le tinte uniche e il minimalismo tipici e un effetto simile in alcuni dettagli come i capelli, i vestiti e parte dei fondali.
Come l'antesignano, Mononoke non vuole però restituire quella sensazione visiva e quasi tattile per dare realismo, in maniera simile alle stampe ukiyo-e che si contrappongono alla perizia dei volumi rinascimentali, alla sua tridimensionalità perfetta e ai suoi colori naturali, piuttosto Mononoke gioca con le immagini e vuole creare un mondo a parte, con le sue regole e la sua fisica, più somigliante ad un ambiente di carta, legno e gesso che si modifica in base ai rivolgimenti psichici dei personaggi che rende la serie sempre piena di surreali sorprese visive e colpi di scena.
Un mondo che quindi non fa di questi aspetti sensoriali un mero virtuosismo da gioia per gli occhi, ma un mezzo per comunicare una visione del mondo filtrata dal nuovo millennio, che rivisita la rifinitezze formali dell’ukiyo-e e delle altre opere citate per immettere un filtro da contemporanei che guardano al passato con un’idea di antichità, di evanescenza ed esotismo nostalgico, accentrandone ed esaltandone la spiritualità, l’eleganza eterea e la complessità attraverso una radicalità che è tutta moderna nelle sue tematiche a tratti psicanalitiche, nei tagli delle inquadrature che estremizzano gli scorci sghembi che vanno da quelle stampe a Degas fino al cinema horror più ardito, con le sue soggettive che a tratti imitano il punto di vista di chi è parte della scena.
Dall’altro lato, l’originalità della serie è anche nello spirito che sottende l’intera operazione, perché sappiamo ormai come i giapponesi tengano più al proprio mercato che a quello occidentale e viceversa nelle produzioni americane, però non si può fare a meno di notare come la globalizzazione, aldilà dei possibili pregi, abbia piano piano creato un canone cosmopolita nella sua accezione deteriore di non voler scendere nel profondo di alcuna riflessione ideologica, politica, religiosa o etica, giacché le culture nazionali sono distinte in questi aspetti e per questo poco comunicabili e comprensibili tra di loro, talvolta addirittura in conflitto valoriale.
Proprio per questo discorso di incomunicabilità internazionale e per la ricchezza della serie in sé, il sottoscritto non ha la pretesa di affermare di aver compreso tutti i simboli e gli spunti folkloristici trattati nell'opera, d'altra parte il gusto di riguardare le cose sta anche nell'afferrare di volta in volta dei concetti prima sconosciuti o dimenticati, in modo da rendere la visione ogni volta diversa e di simile intensità, penso però di averne afferrato lo spirito e la grandezza.
In tale dinamica geografica, un'opera che attinge in maniera così radicale a tutto questo retaggio, spesso trascurato artisticamente dagli stessi giapponesi contemporanei, è un atto di conservazione che non si può propriamente intendere come tale in un medium che è partito da radici diverse e più moderne, per questo Mononoke risulta nel suo contesto paradossalmente innovativo nonostante l'estrema "giapponesità" e l’impianto visivo debitore di due secoli fa.
Le influenze e l'impianto audiovisivo e profondamente autoriale, riconoscibile in ogni fotogramma rendono Mononoke capace di intrecciare tradizione, revisionismo intelligente e un’innovazione dirompente nei modi di concepire il medium, aldilà di ogni congiuntura temporale e spaziale.
La modernità di questa serie è anche nel modo di intendere i fantasmi (qui chiamati per l’appunto mononoke) e la storia, non come delle mere presenze infestanti ma come dei riflessi di ciò che è irrisolto dell’inconscio, non a caso fa uso di simboli come l'incesto e l'uccisione del figlio, nonché il tema del doppio, tutti topos ancestrali che dopo la rivoluzione Freudiana sono ritornati in auge ed espressi con un'anarchia squisitamente surreale, come in questo caso.
Presi singolarmente, gli episodi per il formato semi-antologico (l’anime è diviso tra più blocchi narrativi da 2-3 episodi) non risultano di per sé più di tanto profondi nella narrazione delle dinamiche interiori o nella caratterizzazione dei personaggi e attingono spesso a topos già visti, poiché parte degli obiettivi e dei messaggi della serie è rielaborare la tradizione senza snaturarla, rispettare un impianto da fiaba nera kwaidan, richiamare alle varie figure mitologiche del foklore e alle sue storie, ma anche formare un insieme concettuale che giustifica quest’impianto, a favore di un’immagine laddove un po’ ogni personaggio rappresenta una parte delle dinamiche sociali giapponesi, con i loro valori e i loro interessi individuali, dando una maggiore concretezza e un maggior messaggio etico alla serie nel suo complesso.
Nonostante questo minimalismo psicologico spesso eccessivo che appiattisce a volte il range potenziale dei contenuti, capita spesso nel corso della serie di provare un profondo coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi, come ad esempio nei primi due blocchi, che per pathos e delicatezza sono in grado di far interessare realmente lo spettatore dei destini dei personaggi nonostante la brevità delle loro apparizioni, insegnando che Mononoke non ha bisogno di chissà quali archi narrativi complessi per parlare della vera essenza dell’individuo, come d’altra parte è prerogativa dei migliori miti e delle migliori fiabe .
A dare efficacia e senso di libertà alle storie della serie, è anche la scelta di trattare questo genere in una maniera non necessariamente peculiare solo del Giappone, ma comunque afferente ad un cinismo e ad una malinconia che ricordano i miti antichi e le fiabe dell’Ottocento occidentale che oggi non conosciamo bene perché i film Disney ne hanno restituito un’immagine edulcorata, Mononoke mantiene quindi sia l’intento educativo (esteso in questo caso ad un più generale messaggio di consapevolezza di sé, espresso nella verità e nel rimpianto che non a caso distruggono le emozioni negative) che la profondità allergica ai facili manicheismi di oggi, aggiungendo un tocco di modernità nel suo impianto a tratti horror e quasi da giallo.
In conclusione, Mononoke è un capolavoro che unisce una lunga storia di valori artistici, religiosi, sociali e chi ne ha più ne metta, ma con una semplicità che riesce a congiungere in maniera biunivoca testo e sotto-testo come in ogni mito o fiaba che si rispetti, ma con una sperimentazione formale e strutturale che forse per la prima volta in questo tipo di tentativi di omaggio animato alla tradizione giapponese riesce ad ampliare e riflettere con maggiore rigore e coerenza il contenuto, non limitandosi al provincialismo fine a sé stesso ma trascendendo i limiti autoimposti del medium per mostrare a quali livelli di sfrenatezza creativa può arrivare la serialità animata
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