
Netflix alla produzione, l’operazione nostalgia di rispolverare un’opera di trenta e passa anni fa, la cosa che solitamente viene da chiedersi in questi casi è: ce n’era veramente bisogno?
Per rispondere, basterà guardare al caso specifico: un manga di cui prima trasposizione si è presa molte libertà, con edulcorazioni che hanno tolto buona parte del suo afflato innovativo e nichilistico.
Netflix deve aver sondato una certa insoddisfazione trascinata nel tempo e ne è uscito forse uno dei pochi anime che, dopo più di cinque anni, rimane ancora chiacchierato e famoso nella storia degli anime autoconclusivi usciti negli ultimi dieci anni.
A cosa si deve, dunque, questo circolo virtuoso? Oltre al nome del manga di Go Nagai e alla maggiore coerenza allo spirito dell’opera, si deve al personale coinvolto dallo studio Science Saru, di cui punta di diamante è naturalmente Maasaki Yuasa, regista di opere come Ping Pong The Animation e The Tatami Galaxy.
Yuasa sceglie di realizzare una trasposizione così diversa attraverso i magheggi di un vero artista complementare al mangaka, perché fonda le sue scelte su un’analisi critica del fumetto che l’ha portato a dichiarare di aver voluto portare più sesso nell’ opera perché se Nagai avesse potuto, avrebbe fatto la stessa cosa. Non stupisce più di tanto, perché stiamo parlando degli anni 70: anni in cui le rappresentazioni violente erano viste come meno pericolose del sesso, in misura minore ancora oggi è così, mi sento di essere d’accordo con l’analisi di Yuasa giacché Devilman mostra spesso dei nudi e un sabba dove è più o meno implicita l’idea di un’orgia, Crybaby ne dà però ulteriori chiavi di lettura laddove queste scene vogliono comunicare la sregolatezza e i bisogni fisici che spesso muovono umani che, se portati all’estremo, concorrono a trasformarli in demoni.
Devilman Crybaby non è quindi il classico calco filologico in opposizione alle licenze artistiche, ma è un esempio di trasposizione dove i cambiamenti non sono basati su mere ragioni di semplificazione e velleità mainstream, ma è il tentativo di rispettare lo spirito dell’originale senza mancare di uno spirito proprio e indipendente, adeguato al medium ma anche alla propria visione di come l’opera dovrebbe essere.
Crybaby è infatti debitore di una deformazione grafica tipica delle sperimentazioni post-anni 90, la grandezza di Yuasa è però nel fatto che il suo tratto visivo non è classico neanche negli anni nostri, distinguendosi per una fluidità e un dinamismo che ben si adattano ad una storia che vede i demoni non come le classiche figure uniformi, imponenti e “pipistrellate” ma come alieni deformi e vibranti.
L’ anime nasce tra le altre cose in un periodo diverso con un pubblico diverso, più dominato dagli occidentali in quanto prodotto da Netflix con tutto ciò che ne consegue per esempio nel modo più schietto di trattare i temi LGBTQ+ (già accennate nel manga), ma anche probabilmente nella sensibilità del protagonista, di cui natura piagnucolosa è ancora più accentuata rispetto al manga, dove comunque era già di suo inconsueta.
Un altro esempio di modernizzazione è il riferimento alla cultura rap degli amici di Miki, che serve a Yuasa per preparare il campo dell’insoddisfazione della società dal contesto più “piccolo” della controcultura giovanile al contesto più politico-bellico degli ultimi episodi, il che fornisce alla storia, nonostante la laconicità un po’ eccessiva, una maggiore concretezza nei confronti dei disagi che prova chi non si accontenta della mediocrità, dello sfruttamento e del conformismo
Tutti questi sviluppi non sarebbero stati concessi ad un medium generalmente abbastanza conservatore come quello degli anime se non fosse memore dell’esperienza remunerativa di altre trasposizioni shōnen altrettanto cupe e ambiziose come Death Note e L’Attacco dei Giganti, nonché di altre opere che mettono l’azione in secondo piano rispetto ai contenuti e l’estetica come Cowboy Bebop e Neon Genesis Evangelion, insomma Crybaby raccoglie ciò che era già innovativo ai tempi e lo aggiorna, ne estremizza alcuni aspetti con le novità del nuovo millennio, laddove era già molto avanti con i tempi l'idea di una storia che indora la pillola con il pathos e l'azione (coreografata bene anche qui) mentre parallelamente i temi filosofici si dipanano un po' "alla luce del sole", un po' come sotto-testi.
Anche da queste parole, può sembrare che Akira sia un tipico eroe shōnen dal cuore puro e misericordioso, povero di sfumature ma la serie gioca di sintesi nel compendiare alcuni fondamentali dettagli indiretti che rendono la faccenda più complessa:
2) La lacrima si connette con un’altra delle grandi caratteristiche di Akira: l’idea dell’adolescenza e della condizione di devilman come un “sentire” più di tutti, che è ciò che rende il protagonista speciale: contemporaneamente uno di tanti e primo araldo che riunisce gli altri devilmen attraverso le sole forze di volontà e la potenza dei gesti mossi dal puro sentimento, in quella bellissima scena in cui apre le braccia davanti alla “caccia alle streghe” per salvare altre persone, è una scena unica dell’anime di grande impatto, quasi da icona civile come una foto di protesta civile, è uno struggente momento cardine che dona un piglio emotivo ed eroico che fa molto bene alla storia e che espande ancora di più le caratteristiche del protagonista, anima e nome della serie stessa.
3) L’immaginario oscuro di un personaggio così buono che ci dà un messaggio inquietante e in controtendenza, laddove la luce viene vista come qualcosa che si corrompe quando è a contatto con i propri lati negativi, Akira ci insegna invece che la luce senza oscurità diventa nient’altro che un’altra forma di oscurità, perché l’eroismo sorge dall’esperienza del contrario, dal potere che si ottiene e che ci mette alla prova tentandoci, con noi che decidiamo ciononostante di non abusarne.
4) L’idea metanarrativa e citazionistica del primo anime di Devilman che esiste nell’anime e che si incarna in Akira, ciò lo rende una sorta di ricettacolo di un mito, un ideale vivente che, da figura singolare che sembrava originariamente, diventa solo uno di tanti devilmen, da lui chiamati all’azione con l’esempio, è l’unico del gruppo che acquisisce una forma simile a quello che noi immaginiamo tipicamente come demone (ancora una volta, un archetipo vivente) ma il fatto che pianga spesso e che abbia un viso a volte quasi tenero grazie allo stile di Yuasa dona curiose sfumature che nel manga non ci sono.
5) Un personaggio così nobile accentua il messaggio della serie sull’intrinseca natura ingannevole, scettica e ingrata dell’umanità e si contrappone dialetticamente all’estrema freddezza di Ryo. Akira è una figura ingenua che si contrappone sia agli umani e ai demoni nella sua disposizione ad illudersi. E la serie vuole dare il messaggio che siano proprio queste caratteristiche normalmente considerate difetti che l’umanità dovrebbe, almeno in parte, recuperare (qui c’è tutta la filosofia shōnen che possiamo trovare per esempio in un Dragon Ball o un One Piece). Dall’altro lato, l’eroe shōnen è ammantato di luce perché vive in un mondo migliore e pieno di persone che recepiscono e premiano la virtù, Akira è invece un eroe che vive in un mondo più vero del mondo reale, con tutto ciò che ne consegue con il suo comportamento e il suo immaginario.
La grandezza della serie, coerentemente al manga sta nell’ evitare un moralismo troppo semplice per andare più nel profondo nel simbolismo culturale-estetico e nel messaggio, nobile e costruttivo per tutta l’umanità anche quando sembra darci solo un monito e l’idea di non credere nella nostra capacità di guarire come società dai nostri difetti radicati, moltiplicati dalle logiche di gruppo.
Nel suo nichilismo, la serie mostra sì una complessità maggiore nell’ umanità contrapposta alla gratuita crudeltà dei demoni, ma vede queste attitudini dell’umanità anche come negative, laddove tendono ad essere conformisti e dittatoriali, tarpando le ali a chi non apprezza la società e che non si accontenta, ai quali rimangono due possibilità:
1) Criticare la società per motivi frivoli, cedendo alla propria natura animalesca ed egoista con la trasformazione in demoni.
2) Criticare la società per battersi affinché migliori, quindi cercando la solidarietà e l’impegno civile dell’umanità
Devilman Crybaby, coerentemente al manga, è una serie piena di profondità e una delle serie più sintetiche e semplici che ci siano, in qualche caso anche troppo, laddove pochi episodi in più avrebbero potuto migliorarla ancora di più.
Per quanto non sia una novità il fatto che Satana non abbia un genere e che sia ciononostante sempre stato associato a qualcosa di maschile nel doppiaggio e nell’estetica, questo aspetto ha una carica espressiva tutta contemporanea, con una coesistenza di seni, aspetto effeminato e tratti virili, un carattere e dei valori molto anti-classici. Se Akira sceglie di coltivare i propri sentimenti e rimanervi coerente, Satana è il contrario: colui che ha vissuto da umano ma che è rimasto un demone perché ha soppresso i propri sentimenti, rilasciati temporaneamente solo quando era troppo tardi, in quel finale eccezionale che è contemporaneamente un trionfo di nichilismo nella morte di tutti i buoni, una constatazione di impossibilità dell’umanità di redimersi, e un’ involontaria vittoria dei valori di Akira su quelli di Satana, che diventa all’ ultimo più simile all’amato, in una commovente sconfitta per tutti.
Se il manga ha il vantaggio di avere avuto un maggiore impatto storico a causa della congiuntura temporale più favorevole e del fatto che Crybaby è uscito tanto tempo dopo, l’anime ha avuto il vantaggio di aver potuto dare una visione più libera (entro i termini di un budget e di alcuni paletti soprattutto temporali, comunque giocati facendo di necessità virtù) e moderna di una storia che nel manga è a volte leggermente didascalica nel narrare tutti i grandi aspetti di storia con dei monologhi piuttosto che con dialoghi o immagini, con qualche dettaglio un po’ invecchiato male (ad esempio la trattazione della comprimaria Miki, più stereotipata e frivola nel manga, benché anche nell’anime sia uno dei personaggi meno interessanti), difetti che in parte compensa mettendo più informazioni sui demoni rispetto all’anime, che è meno “cerebrale” e più “di cuore”, sebbene di poco. In conclusione, mi sento di dire che entrambe le opere siano due capolavori per motivi diversi, pressoché alla pari per quanto io preferisca, per i motivi sopra citati, Crybaby che sfrutta proprio questi aspetti “di cuore” per comunicare delle ulteriori chiavi di lettura, rimanendo anch’esso nella storia del suo medium per la sua profondità.
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