
1995, un terremoto scuote il mondo degli anime: inizia uno dei prodotti più influenti della storia del medium, tanto da essere uno dei pochi prodotti del decennio ad essere ancora sotto la bocca di tanti spettatori, anche casual.
Ciò che però dal mio punto di vista è più interessante è, oltre alla sostanza del prodotto in sé, l'insieme di elogi e critiche che ha destato, di cui prenderò le due più comuni e opposte:
1) L'idea di un'aura "intoccabile" di grande classico profondo come un romanzo psicologico, che lo rende un prodotto che può mettere in soggezione spingendo anche molti a sentirsi stupidi, ad illudersi o illudere gli altri di apprezzarlo.
2) Al contrario, l'idea di una presa per i fondelli che vede Evangelion come un prodotto furbo, fatto di pose atte a nascondere lo sporco di un anime lento e noioso sotto il tappeto di citazioni spirituali e verbosità cervellotiche.
Entrambe queste visioni opposte dicono molto di Evangelion nella sua sostanza, che nasce come un prodotto contemporaneamente commerciale e rischiosamente rivoluzionario, ad opera di uno studio (Gainax) che è arrivato ad attuare frodi fiscali pur di salvare la baracca dopo un simile dispiegamento di forze. Pensateci un po': un prodotto che non ha la tavola già preparata da un manga, che parla di robot ma che non nasce come un viatico alla vendita delle action-figure, con un budget che è il quadruplo di un anime medio e che rompe tutti gli schemi. Com'era definibile? Un suicidio commerciale annunciato.
E perché ciò non è avvenuto? Da un lato, il regista Hideaki Anno ha voluto lanciare un messaggio costruttivo di crescita e condivisione nei confronti degli otaku e di tutte quelle persone chiuse in sé stesse a causa dei problemi del tempo. Dall'altro lato, c'era anche l'idea di voler ampliare il pubblico, proprio quello che voleva analizzare criticamente attraverso i tormentati personaggi per cui Evangelion è diventato famoso: adolescenti immersi in un mondo difficile, dove un metafisico cordone ombelicale li tiene ancora emotivamente legati ai loro genitori, mentre cercano di salvare il mondo da mostri descritti come angeli.
Questa è un po' la chiave: arrivare a tutti per poter distruggere e ricreare e questo non può che colpire laddove per arrivare un po' a tutti e lanciare il proprio messaggio bisogna partire da certe convenzioni di opere più frivole, per distruggere bisogna completamente cambiarne lo spirito e la forma, da ciò dipende la presenza di enfatici dispiegamenti di robot con affermazioni tecnico-militari che già ai tempi erano un luogo comune della fantascienza. Oppure quelle scene disimpegnate nella casa di Misato con le lattine di birra e la musichetta allegra, le scene di scoperta dell'erotismo e i capricci di Asuka.
I primi episodi, generalmente i meno drammatici e più scanzonati, non sono un semplice viatico commerciale per un dopo che non c'entra niente, così come i mecha non sono un semplice pretesto concepito per chi non apprezza il genere e vuole un "anti-mecha" come unica eccezione possibile. Tutto concorre a delineare una rete di concetti e simboli che si dipana in ogni episodio e che li rende tutti come minimo belli e la loro lentezza giustificata dai contenuti veicolati.
La caratterizzazione dei personaggi emerge non solo dalle battaglie o dalle rassegne psicoanalitiche degli ultimi episodi e The End ma anche dai momenti di quiete prima della tempesta (come nell' episodio 2 dove capiamo le difficoltà di Shinji nel relazionarsi con gli altri), che finiscono nel pieno della tensione anche a lasciare un po' di nostalgia per i momenti più mondani, laddove la trama orizzontale chiama sempre i personaggi a fare i conti con scelte pericolose che tengono lo spettatore con il fiato sospeso.
La scelta dei mecha nasce da una tradizione spiccatamente giapponese, da principio abbastanza caricaturale e assurda per destare meraviglia nei più piccoli, non è infatti un segreto che la loro tecnologia nella realtà viene vista come obsoleta e inutilmente costosa rispetto all'artiglieria tradizionale, molta della loro innovazione nel tempo si deve infatti al successo dei giocattoli e ai tentativi di renderli più realistici, non solo i mecha in sé ma anche gli anime da cui provengono, come nel caso di Mobile Suit Gundam, visto come uno dei precursori di Evangelion anche per la maturità dei temi.
L'anime di Anno brilla anche per l'originalità del design dei mecha come su ciò che rappresentano. Non si basano su grossi poligoni ma hanno una forma contemporaneamente massiccia e sfilata, a tratti quasi da alieni biomeccanici più che da robot tradizionali, specialmente per l'unità 01 di Shinji, ciò è accresciuto dalla loro tecnologia basata su un sangue finto e pseudo-neurale che permette una connessione psicofisica con il pilota.
È notevole la piccola accortezza che Evangelion ha adottato per rendere più verosimile la scelta di usare gli Eva: viene specificato infatti che, viste le dimensioni e la varietà dei poteri degli angeli, c'è bisogno di un maggior potere di adattamento e di tecniche differenti ma con gli stessi pregi. C'è un'aura di terribilità basata sul loro essere delle strane forme di vita parallele, miscugli di carne e metallo, materialismo e divinità, vita e freddezza, ma anche e soprattutto tecnologie instabili che innescano reazioni nei personaggi, sono ossimori viventi di cui combattimenti sono perfetti per inframmezzare tutti gli altri tipi di scene e far comprendere la posta in gioco.
I mecha rappresentano quindi il senso che i piloti danno alla loro vita, quasi dei super-io, se vogliamo ancora usare una terminologia freudiana. Delle immagini genitoriali di dovere che hanno un legame simbiotico di contaminazione con il pilota, cosa che giustifica simbolicamente anche la scelta di essere guidati da quattordicenni, che funzionalmente sarebbe problematico: la conciliazione con le unità procede con un affrancamento dal giogo psicologico dei genitori, così come la stessa armonia psicologica dei personaggi, che si emancipa quando si fa meno dipendente dagli altri.
In questo senso, un elemento che qui in occidente possiamo vedere come una tamarrata viene utilizzato per rendere Evangelion non bello nonostante i mecha, ma bello anche per i mecha, non solo per la bellezza del loro design in sé ma per la loro importanza simbolica come riassunto della serie intera, anche nella scelta di rivelarli solo tardi nel tempo come future biomeccaniche, selvaggi e fatti di carne, anche in queste piccole cose c'è il graduale disvelamento dell'anime come un prodotto in apparenza prevedibile, poi sempre più oltranzista che si rivela come tale con un ritmo simile alla formazione dell'individuo, che trova sé stesso attraverso gli altri, come tale si affranca progressivamente dalle catene per raggiungere orizzonti di sperimentazione formale e strutturale mai raggiunti fino a quel momento e che hanno più a che fare con il cinema d'avanguardia da "montaggio delle attrazioni" che usa sequenza astratte come fossero figure retoriche di una poesia.
Una scelta che sembra originale fin dalla prima metà è però l'idea che i tre protagonisti siano dei personaggi strambi che, se giudicati senza conoscerne a fondo la psiche, possono sembrare respingenti o a tratti persino irritanti, è un'altra scelta coraggiosa che porta lo spettatore medio a fare uno sforzo di empatia in più, mettendosi nei panni di personaggi sì "morbosi" per la loro psicopatologia ma non per questo meno veri o meno meritevoli di apprezzamento, in una morbosità che non fa altro che sintetizzare ed estremizzare le conseguenze di bisogni innati di innumerevoli esseri umani, per questo motivo non ritengo che Evangelion possa essere adatta solo per i depressi come a volte si dice (nonostante anche io abbia i miei periodi no, non credo di esserlo, eppure eccoci qua), ma che sia adatto a chiunque abbia interesse per il mondo dei sentimenti e non si lasci troppo turbare dalla tristezza degli argomenti trattati.
Proprio questa morbosità dei personaggi è alla base della raffinatezza di Evangelion, perché è una caratteristica solitamente attribuita ai cattivi, che possono anch'essi soddisfare la pancia dello spettatore quando sono concepiti per sfogare istinti repressi di rivalsa o giustizia violenta (esempio banale: Light di Death Note), pensate invece come con Asuka e Shinji la pancia sia toccata per generare disappunto, una voglia di farli funzionare come vuole lo spettatore. Non sono personaggi negativi, o perlomeno lo sono in scarsa misura, eppure lo spettatore si trova a vedere persino nella serie dire che Shinji non ha fascino, ma poi riceve un bacio, è un'incoerenza? No, fa parte del processo che deve fare anche lo spettatore di entrare all'interno di figure estremizzate, ma non caricaturale, in cui si annidano forze e responsabilità più grandi di loro, è questo il cambio dello spirito rispetto al mecha classico. Non sono personaggi che dominano il loro destino in una guerra tra bene e male, ma sono ragazzini costretti a maturare prima del tempo e calati in un'epica negativa, in un teatrino dove le minacce apocalittiche non sono altro che lo specchio del loro tentativo di risolvere qualcosa di interiore, come se fosse necessario scuoterli con pericoli e responsabilità solenni per instradarli al cambiamento. Invece di essere proiettato verso la comunità, verso l'esterno come nel canone, tutto è proiettato verso l'interno e anche la struttura della storia, il tipo di sperimentazioni surreali riflettono quest'introversione radicale.
Anche ciò somiglia all'andamento della crescita dei personaggi che si ritrovano a ricevere lezioni apparentemente risolutive per poi cadere di nuovo negli stessi errori. Questa è l'ennesima grandezza di Evangelion: rompere la linearità per esprimere la complessità della vita in una maniera più realistica perché nella nostra vita quotidiana, quando c'è di mezzo un grande cambiamento, non possiamo incamerarlo subito, ma procediamo inevitabilmente per progressi momentanei, stasi e ricadute, a volte riuscendo a cambiare definitivamente e a volte viceversa, ma in ogni caso attraverso la durezza e l'imprevedibilità della vita.
Parafrasando The End, c'è in noi una tensione tra istinto di conservazione e di progresso, proprio per questo è anche sbagliato vedere Evangelion come un'opera pessimista e deprimente semplicemente perché trascorre tanto tempo a trattare la parte disperata e apatica della vita. Al contrario, è proprio perché dà così tanto peso a questi aspetti che finisce per rendere il suo messaggio di speranza più convincente e autorevole. Persino in condizioni così reiterate di tristezza e rassegnazione, l'introspezione può essere d'aiuto per lenire le nostre ferite e prepararci ad una condizione migliore, è una lezione nei confronti del modo di concepire i messaggi positivi che ha l'epica positiva del battle shōnen classico, sui quali svetta per autorevolezza "pratica" della sua componente didattica. Evitando di mostrare la vera sofferenza o dandole scarso peso, il battle shōnen classico rende meno impattante la catarsi del suo superamento.
Proprio per questo, gli episodi 25, 26 e il film sono i momenti migliori della serie: non solo perché le componenti psicologica e sperimentale raggiungono il loro apice (il 25 è solamente uno psicodramma tradotto in immagini, una semplice carenza fa di necessità virtù laddove sembra dire "non pensate più agli scontri o ai paesaggi, pensate alle giuste priorità: le menti dei personaggi"), ma perché sono i momenti in cui si disvela il senso di tutta l'operazione, così come la maturità procede partendo dall'inconsapevolezza per arrivare ad una consapevolezza delle cose.
Poetica e magnifica è, ad esempio, la distinzione nel film tra sogno e mistificazione della realtà, in cui vengono portate anche scene ambientate nella realtà, c'è tutto il senso di una bugia così profonda da raccontare la verità meglio della verità, in quanto distillata allo spettatore con maestria, si va così a sintetizzare un intero modo di concepire l'arte. Se quest'anime (serie+film) non è tra i più grandi capolavori della storia del medium (e non solo), non so cosa possa esserlo. C'è un prima e un dopo Evangelion, è forse il primo e più compiuto tentativo di unire insieme la psicanalisi, stili cinematografici d'avanguardia, la decostruzione del ritmo e dei personaggi in un linguaggio alla moda, che unisce classico e rivoluzione, tutto questo a supporto di un messaggio diretto ad un pubblico ancora abituato a far finta che le sofferenze non esistano o che, al contrario, le romanticizza così tanto da languirvi dentro come Shinji. Difficilmente verrà replicato un tale insieme di grandezza e successo di pubblico, che quasi costringe lo spettatore a mettersi in discussione e a guardarsi dentro, rivedendo anche il proprio concetto di cosa un anime dovrebbe essere capace di comunicargli per funzionare.
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