
a review by Dreamweaver99

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Ah, il fanservice: quel comune vizietto degli anime (ma non solo) di soddisfare la componente più bassa e comune del pubblico attraverso botte e sessualizzazione che poco hanno a che fare con la trama reale.
Chissà cosa succederebbe se il fanservice diventasse il vero cardine della storia e, in quanto tale, capace di diventare l'esatto contrario di sé: qualcosa che faccia riflettere e che dia qualcosa in più alla storia.
Una resa parodistica quindi, ma anche affettuosa, come nel seguito spirituale del precedente Sfondamento dei Cieli Gurren Lagann, con sempre a capo il regista Hiroyuki Imaishi e lo sceneggiatore Kazuki Nakashima, stavolta per lo studio Trigger.
Purtroppo, Kill la Kill è ancora oggi spesso visto come una semplice tamarrata, ma non sono d'accordo e credo che sia anche molto altro, per cui l'obiettivo principale di quest'analisi è soprattutto spiegare come estetica e contenuto riescano ad andare a braccetto.
Fatta questa breve parentesi, l'umorismo parodistico di quest'anime sta negli stessi presupposti della sinossi: l'idea di vestiti particolarmente rivelatori che sono in grado di fornire superpoteri in una scuola che è estesa in una città dove gli studenti con il loro profitto possono accaparrarsi vestiti migliori (cioè uniformi superiori) e aumentare il grado di lusso del proprio nucleo familiare, oppure rimanere come sono e addirittura retrocedere, la cosa interessante però e che anche qui essere mezzi nudi è un tabù, la maggior parte dei costumi è infatti più "realistica" per il combattimento.
In questo scenario, sconfiggere (che si traduce in denudare) le persone è considerato un' umiliazione grave, che porta ad abbassare il proprio potere combattivo ma anche il proprio tenore di vita, c'è però un gruppo di nudisti rivoluzionari che vuole distruggere questo sistema e far capire che non c'è motivo per vergognarsi del proprio corpo, ma ancora di più c'è chi unisce le due prospettive in una: la protagonista Ryūko e la direttrice studentesca Satsuki, che indossano due "uniformi" che rivelano un po' tutto e che, proprio grazie a questo, sono capaci di scatenare tutto il loro potenziale, andando oltre i limiti imposti dalla società.
Una vera e propria storia di lotta di classe costruita intorno al rendimento degli studenti e all'abbigliamento, nonché al libertinaggio del vestiario, tutto questo non fa che scatenare il riso e al contempo l'ammirazione nello spettatore, duplice reazione che parte soprattutto dal modo in cui i produttori sono riusciti a dare organicità tra presupposti assurdi e sviluppi seriosi, addirittura con una dialettica e uno spirito comune che echeggia in tutta la storia, nello stesso linguaggio legato all'estetica. Così come in Gurren Lagann lo spirito di tutto partiva da una trivella come simbolo di ascesa, libertà che sfonda caverne sotterranee per salire verso l'alto e da lì sfondare persino i cieli per raggiungere la piena libertà, in Kill la Kill parte tutto dall'idea di liberarsi dalla schiavitù dei vestiti, ai quali orbitano intorno cupidigia, ingiustizie sociali, privilegi, superficialità, inibizione delle libertà personali.
Tutta quest'esagerazione di un concetto e di un oggetto (dopotutto una trivella non può sfondare persino i cieli, così come il piacere della libertà identitaria dei vestiti non può essere un'arma per salvare il mondo ma nell'arte è concesso questo e altro) è quindi anche un gesto di esuberanza generale che dà sentimento, eccentricità estetica (la fluidità di queste animazioni e le sue deformazioni sono proverbiali) che riesce a coinvolgere lo spettatore, facendogli accettare anche l'assurdo e facendogli in parte accettare le scelte più facili di un intreccio molto esile e pieno di deus ex machina che ha sicuramente contribuito a creare questa reputazione di Kill la Kill come un'opera troppo semplice e, di conseguenza, banale per molti.
È vero, non c'è la stessa lungimiranza di altri anime umoristici come JoJo che riescono a giustificare anche gli sviluppi più surreali e inaspettati di un combattimento, però rimane quell' esuberanza naïf che diventa contagiosa e dal ritmo spettacolare, per un'opera che riesce a mostrare una profondità notevole nonostante la carenza di pretese, mancano infatti tutte quelle tendenze che sperimenta chi vuole darsi un certo tono più serio e rigoroso: ritmi più lenti, cupezza frequente, generale gravitas del tono, virtuosismi di montaggio e regia, tanti paroloni e discorsi contorti, scene surreali e simili, in Kill la Kill manca tutto questo, eppure i contenuti continuano ad essere espressi nella forma e nei dialoghi-spiegoni che non risultano quasi mai eccessivi o troppo ridondanti.
Da quei dialoghi un'idea che ritorna più volte: quella secondo cui puoi indossare i vestiti o fare in modo che i vestiti indossino te, messaggio che l'anime mostra sia a parole che in senso letterale, laddove l'identità personale rischia in più occasioni di essere calpestata da una felicità fittizia, basata sulla superficialità della sola ammirazione collettiva e dell'estetica senza costanza.
È la madre di Satsuki: Ragyō a dire che i vestiti sono stati il peccato originale, poiché "quando l'uomo mangiò il frutto proibito della conoscenza, si vergognò per la prima volta della sua nudità e si coprì le parti intime con le foglie di fico. Da quando l'uomo ha guadagnato una sua volontà propria... il suo destino è sempre stato quello di ammantarsi con il peccato". Dopo altre frasi, la figlia continua: "i vestiti sono il mondo. La grande volontà che avvolge insieme terra, cielo, uomo, e ammanta ogni cosa". Sono frasi che dimostrano, come in Gurren Lagann, la capacità di dare uno stesso spirito, una filosofia e una dialettica a un po' tutto ciò che avviene.
Ritorniamo ora però al tema iniziale: quello del fanservice. L'idea che sia una parodia intenzionale parte sì dal virtuosismo di espedienti di trama così forzati e complessi per poter mostrare le grazie delle protagoniste, ma a ciò si unisce la costruzione delle situazioni erotiche che sono sceneggiate quasi sempre in maniera tale da non mostrare alcuna componente seduttiva (ed è questa un'altra fondamentale differenza con il "canone" degli ecchi, se così si può chiamare), delegando tutto questo ruolo ai corpi delle protagoniste, con i maschi della famiglia che sono dei guardoni sempre presi a mazzate, surrogati degli spettatori maschi.
Certo, è chiaro, si tratta di un semplice pretesto, una scusa per legittimare anche agli occhi di un certo tipo di pubblico più esigente quello "sguardo maschile" che oggi si critica tanto, è anche vero però che questo fenomeno non è un problema di per sé, perché questo tipo di sessualizzazione incarna un certo tipo di pulsioni naturali sia delle donne che degli uomini (che siano riversati su donne o uomini), è vero però che trattare un personaggio solo come un oggetto o sessualizzare qualcuno che non vuole essere sessualizzato è un modo di fare vetusto al giorno d'oggi, i personaggi di Kill la Kill però hanno caratteristiche che rendono questo trattamento non fine a sé stesso ma legato alla poetica della serie, sebbene ci sia sempre quell'inflazionato topos alla maestro Muten o alla Sanji della buttata in caciara sulle molestie, però le donne qui non sono costruite come meri oggetti, hanno personalità definite e a tratti anche singolari, non descritte con perizia da anime psicologico (i maschi ancora di meno, se è per questo), riescono comunque a mostrarci le loro virtù e i difetti caratteriali, senza essere mere macchiette.
In tutto questo, è notevole anche la descrizione della scuola come una metafora della società come homo homini lupus e falsa democrazia, dove sconfiggere avversari forti significa avanzare di grado e quindi procedere nella scalata sociale, guadagnare un tenore di vita migliore. Persino i club scolastici somigliano a sindacati o partiti, con tanto di burocrazia a fiotti e resoconti da fare ogni tot di tempo, al punto che la protagonista dopo aver udito i compiti per la fondazione del suo club delle risse decide di delegare Mako come capo fantoccio che si accolla il lavoro seccante mentre nei fatti è lei a battersi e divertirsi, scena che in contemporanea fa sorridere e riflettere. Matoi entra nel sistema sfruttando i suoi mezzi come un partito per poterlo poi spezzare dal di dentro, tutto questo però decade quando la battaglia per la sopravvivenza porta Mako a dover entrare in conflitto con Ryūko, lì tutti sono costretti a rivedere le proprie priorità, mettendo in primo piano gli affetti sull'ambizione e gli agi.
In conclusione, malgrado le tante facilonerie strutturali e una certa furbizia un po' goffa come tipico dei prodotti più commerciali, Kill la Kill è un cult che attraverso la fantascienza e il conflitto racconta una società e questo lo rende un ottimo modello di prodotto d'intrattenimento, godibile sia con il cervello spento che con il cervello aperto. Certo, non possiamo pretendere un discorso politico approfondito come Lady Oscar o Texhnolyze ma l'aspetto notevole non è tanto la presenza di questa metafora che in un contesto qualsiasi apparirebbe quasi come un elemento casuale per dare colore ma l'accostamento e la costruzione di un nesso logico tra la tamarragine più totale e l'articolazione di un messaggio di questo tipo, nonché il modo in cui tutto questo viene veicolato, con un livello tecnico delle animazioni eccellente, combattimenti ben coreografati e il riso che scatena la riflessione.
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