
a review by Dreamweaver99

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Düsseldorf, 1986, si verificano strane colluttazioni. Il brillante neurochirurgo giapponese Kenzō Tenma si trova costretto a scegliere tra salvare un sindaco influente o un bambino ferito di nome Johan Liebert, decide di salvare quest'ultimo ma ciò gli fa perdere il suo status sociale e il bambino, una volta adulto diventa un serial killer, il protagonista viene incastrato in un omicidio e decide, da latitante, di indagare da solo per rimediare all' "errore" di aver guarito un personaggio del genere.
Già dalla premessa gli indizi di una macchina ben oliata si sprecano.
Come se non bastasse, Monster è un anime ambientato nella realtà e all'estero (addirittura nella grigia e trascurata Germania est, anni dopo la riunificazione), preso da un seinen, settimanale, ciononostante riesce ad arrivare a 74 episodi e concludere la storia, con un budget quasi sempre coerente alle esigenze di qualità.
Lasciando ora da parte l'unicità in sé per sé, come spesso accade con chi riesce ad esserlo per un fine più profondo, tutto questo serve a donare all'opera un rigore espressivo e dialettico da opera-mondo, concetto inconsueto persino in qualsiasi narrazione thriller in generale, laddove un genere strettamente legato al senso del brivido, quindi all'esperienza personale, fa fatica ad avere un afflato corale e meditativo, anche quando decostruisce la dicotomia buoni-cattivi o cerca di confondere lo spettatore, qui invece il brivido si estende, diventa astratto (ne è un esempio l'episodio 29, dove il brivido del colpo di scena si fa più esistenziale che narrativo).
Guardiamo ai disegni così tendenzialmente "veri" ed europei nei tratti somatici, ai fondali grigi, algidi e privi di abbellimenti della Germania, ai manierismi nel modo di esprimere emozioni che poco hanno a che fare con il Giappone se non per il protagonista, per esempio viene posto l'accento sul caratteristico inchino nipponico che un tedesco non condivide, anche per via della mentalità differente, sono dettagli questi su cui gli anime si perdono spesso anche quando le storie sono ambientate all'estero o in mondi inventati dalle tinte pseudo-occidentali, probabilmente per far sentire i giapponesi a loro agio, in una cultura notoriamente molto isolata e disinteressata a conoscere le culture straniere, a costo di finire nella finzione e nel ridicolo.
Le animazioni sono semplici, la regia mimetica è minimalista, le stilizzazioni come il super deformed sono evitati, tutto ha un'aura di semplicità priva di virtuosismi e idealizzazioni, ma allo stesso tempo senza eccedere nel mostrare la violenza, tutto viene giocato per sottrazione, al punto che molto spesso viene da pensare che Monster potrebbe essere tranquillamente una serie tv dal vivo senza modificare la sceneggiatura e, se non fosse per l'originalità del modo di intendere l'animazione e i character design, senza brutte novità e il giusto personale, il livello qualitativo sarebbe con ogni probabilità comparabile, questo perché Monster evita tutta quell'espressività caricata, quel modo di esprimere le emozioni in modo sopra le righe che vengono descritte terra terra come "da anime", lasciando solo il meglio dello stile inconfondibile di Naoki Urasawa, reso in animazione.
Questo non significa, però, che Monster sia un anime meramente esterofilo, fatto solo per accalappiare con una mano una fetta di mercato occidentale e con l'altra quello giapponese per via della nazionalità di Tenma, infatti l'opera non esita a descrivere i problemi sociali, in una maniera sì cosmopolita, ma anche con un occhio tipicamente da straniero nei confronti di ideologie e visioni della vita che non gli appartengono, con un protagonista che presenta una certa gravitas compassata, quel complesso da martire di voler farsi carico del mondo intero, che sono aspetti tipicamente giapponesi, ma allo stesso tempo compatibile con il messaggio molto cristiano di venerazione della vita in sé per sé che sottende tutta la serie, di cui Tenma ne è l'incarnazione, a questo discorso si aggiunge lo spazio dato ad una critica al razzismo che è vista soprattutto dal punto di vista di Tenma nel quartiere dei turchi di Francoforte, quest'ultimo è uno dei momenti cardini della serie nel mostrare i paradossi di una nazione che non aveva ancora fatto i conti con il nazismo, persino in un paese comunista come la Germania est dove era sempre disseminata l'ombra dei neonazisti ma anche una marginalizzazione che somiglia a quella che ancora oggi si vive in un po' tutto l'occidente, soprattutto con africani, asiatici ed ebrei, mostrando come queste ideologie siano radicate su un retroterra di diffidenza "folkloristica" e provinciale, su cui può fiorire un'ideologia intera o può permanere come un'eterna scaturigine xenofoba dalle derive represse.
A colpire in Monster è anche una struttura sui generis, più da romanzo di narrativa generale che da thriller e da serie d'animazione, dove la storia è composta da una macrotrama verticale e tante apparenti pause dopo la tempesta che in realtà non fanno altro che aggiungere carne al fuoco che solidificano lo snodo verticale, come ad evocare l'idea quasi paranoide e tragica di un male che si scopre sempre più insinuato in anfratti inusitati e remoti, che la serie esplora di volta in volta con un ritmo difficilmente prevedibile e coinvolgente in quanto mai fatto di momenti fini a sé stessi, nello sforzo titanico di una storia che invece che sottrarre aggiunge e rimescola le carte fino alla fine, tutto il contrario di un'estetica così minimalista e di personaggi che sono sia eccezionali e quasi metafisici che motivati da esigenze terra terra, come sbarcare il lunario, fare carriera o cercare di affondare il dolore nell'alcool, da un contesto borghese e cittadino (da Düsseldorf a Francoforte fino a Berlino Est e molti altri posti) fino ad un contesto più povero e di provincia (Ruhenheim e il villaggio di Schumann), in molti casi sono proprio i punti di raccordo i momenti più belli della serie (come gli episodi di Eva e il sicario, Braun, la quotidianità di Ruhenheim).
È come se Monster fosse un'epica negativa e priva di fronzoli enfatici, in questo senso un'opera-mondo, composta da modi diversi di intendere un certo mestiere, la propria identità, i propri valori, scegliendo di evitare l'universalità delle dicotomie per una frammentazione delle caratterizzazioni che difficilmente circoscrive i personaggi in un solo archetipo, restituisce ad ognuno, anche quelli secondari come Braun, Dieter, Gielen, Reichwein, Schubart, Suk, Wolf, una grande umanità che va letta sia singolarmente che in relazione con gli altri personaggi, massimizzando la capacità di sintesi di umori e contenuti propri ad ogni episodio, capace di avere sempre un doppio ruolo di preparazione per un fine e di autonomia espressiva, dove i punti di raccordo non sono una mera costruzione della tensione, ma sono snodi narrativi che permettono di arrivare al fulcro dei temi cruciali della serie, dalla corruzione che si snoda tra le due Germanie alla Cecoslovacchia, fino alla seconda guerra mondiale, incrociati con le vicende personali dei singoli personaggi, in cui tutto si collega ad una piccola realtà che fa anche da allegoria di tutto: il Kinderheim 511, al contempo esperimento sociale e laboratorio di totalitarismi che si insinua nelle istituzioni e porta un'ondata di alienazione, da qui l'idea di un male metafisico e astratto che presenta vecchi ideologi ed emanazioni ben più banali e squallide in tutta l'ambientazione di Monster, di cui Liebert non è che la sintesi.
Questa grande concatenazione di personaggi e situazioni, oltre a dare il piacere di un eclettismo ambizioso e stupefacente, ha però un effetto molto più concreto, che è quello di tenere sempre vivo l'interesse dello spettatore che non vede mai i contenuti scomparirgli davanti tra un episodio e un altro, tutto concorre con un rigore romanzesco, spesso anche ricco di cliffhanger che invogliano a passare al successivo.
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