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In principio vi era un canone: il fantasy classico. Derivante dai poemi epici, bene contro male, bianco contro nero, protagonisti che non muoiono mai (o al massimo resuscitano), grandi valori e ottimismo per il futuro, atmosfere speranzose, ariose e a volte solenni.Poi però arrivarono tanti prodotti, un po' in ogni arte, che misero in evidenza come non sempre i buoni vincano, non sempre la divisione tra bene e male è così marcata, le atmosfere possono essere anche più cupe e sanguinolente, il mood è più disperato (è il caso del dark fantasy).
Questa è la linea del tempo che percepiamo in occidente e si può più o meno astrarre anche a qualunque genere legato all'intrattenimento. Dal giallo che passa al noir, dalla fantascienza che dalla space opera passa al cyberpunk, gli anime per adolescenti che diventano più truculenti e/o malinconici (pensiamo a Death Note, l'Attacco dei Giganti o Demon Slayer).
L'umanità si è quindi evoluta, diventando più esistenzialista e più pronta a meditare sulla morte, sul significato dei valori che sono stati sostituiti nelle derive contemporanee? Io non credo. Più che altro, oggi siamo tutti un po' più disillusi, un po' più anestetizzati di fronte alla violenza e un po' meno bigotti, grazie al decadimento di certe ingerenze religiose, in più i prodotti seriosi e truculenti sono visti come una risposta catartica a decenni di intrattenimento innocuo, paternalista e insipido che effettivamente ci sono stati nel mainstream.
Akame Ga Kill è uno degli esempi più fulgidi di questo nuovo sentire. Se quest'opposizione può essere un'opportunità profonda per mostrare una visione del mondo definita e lungimirante, quest'anime ne fa una contemporanea concezione di intrattenimento, di cui non rimane che un guscio di quella cinica e alternativa visione del mondo. Ci sono l'estetica generale e un mondo crudele, che si realizzano attraverso un fitto sguinzagliamento di morti e scene splatter, senza alcun tipo di pretese di worldbuilding, di profondità dei personaggi o dei temi. Non che sia un dovere avere pretese alte, però una volta che si prende la decisione di fare un prodotto d'intrattenimento puro, questo deve intrattenere, no?
Qui però tutto ciò non avviene, almeno dal mio punto di vista e Akame Ga Kill sembra più un saggio su come anche un anti-canone, nato per essere un'alternativa, quasi un ribaltamento concettuale, possa diventare rapidamente il nuovo canone mainstream, fino a raggiungere le stesse derive squallide e prive di personalità del predecessore, con un intrattenimento che è contrastato da una scrittura sciatta e prevedibile, che strania velocemente lo spettatore e non nell'accezione artistica, profonda del verbo "straniare".
È un po' come quando, durante una partita di calcio, vedi l'arbitro che imbroglia. Anche se la guardavi per riposare dalle tue 12 ore in ufficio, ti pregiudica il gradimento della partita intera. Lo stesso avviene nei fantasy, dove la sospensione dell'incredulità implica fidarsi del tentativo dell'artista di ricavare una coerenza da presupposti assurdi, non di fare tutto quello che si vuole, pensando di avere esito positivo, nondimeno il fatto che sia un'opera di intrattenimento senza pretese non è un motivo per non ragionarci, perché il cosiddetto "chiudere il cervello" non significa auto-annientare il proprio raziocinio guardando il prodotto in stato catatonico senza neanche ascoltare ciò che si dice ma evitare di dare troppo peso a certi tipi di errori, in modo da immergersi al meglio nel flusso dell'azione. Quando però questi errori diventano troppi e lampanti, bussando sulla tua testa per dire "guardami", significa che l'immersione viene intralciata.
La serie lascia, nonostante i suoi tentativi di avvincerci attraverso il pathos, un'indifferenza più o meno continua e la sua unica qualità vera risulta un ritmo discreto, che riesce a tenere attaccato ma più per la curiosità di vedere quale altra porcheria si inventeranno o nella speranza di un miglioramento, piuttosto che per un reale divertimento, che raramente avviene e anzi lascia generalmente come in una sorta di ipnosi asettica, priva di eccitazione, di noia ma anche di rilassamento, in alcuni casi c'è anche una sensazione di fastidio, che porta più un ricordo negativo che positivo. Questo ritmo potrò anche indorare la pillola, rendendola più innocua per lo spettatore, ma è anche uno dei motivi per cui le tematiche e i personaggi lasciano a desiderare.
Tutti possiamo immaginare che, se la serie fosse stata più clemente dal punto di vista delle morti, la banalità probabilmente non sarebbe stata diversa, si sarebbe semplicemente mantenuto un altro canone con lo stesso approccio superficiale. Questo perché, quando si vogliono utilizzare i personaggi solo come burattini, neanche di un ideale o di un valore, ma solo di un effetto da generare (che non è neanche originale), non può nascere nulla di buono, motivo per cui i problemi di Akame Ga Kill sono, in primo luogo, nello spreco di un'idea potenzialmente buona, cioè quella di una serie sugli assassini e su una critica alle istituzioni.
Sembra che l'arma vincente del successo di Akame Ga Kill sia stata la furbizia sensazionalistica dei suoi ingredienti. Mostrare i personaggi nella loro quotidianità, seminare gag e legami personali tra di loro, esibire in molti momenti la loro nobiltà d'animo, costruendo una limitata forma di identificazione, di empatia o di interesse per loro, tutto ciò viene "sapientemente" mantenuto in superficie, in modo da far scaturire il piantino in qualcuno con la lacrima facile ma senza colpire più di tanto per la morte degli stessi, dopotutto il messaggio è chiaro: era parte del contratto autore-spettatore questo accumulo di morti, no? Non ci affezioniamo troppo. Perché, se avessero in tutti i modi cercato di fomentare questo legame, la costruzione dei personaggi non sarebbe stata così superficiale e le morti sarebbero state così dure da digerire da rischiare di troncare la reputazione di una serie che invece si è rivelata un tormentone, tra le serie più viste e apprezzate della storia degli anime.
Sia ben chiaro però, in arte potenzialmente tutto si può fare, se fatto bene. Gli slasher come Halloween, Venerdì 13, Non Aprite Quella Porta arrivano a far morire tutti i personaggi ad eccezione della final girl, però sono tutti come carne da macello, lo spettatore senza pregiudizi non si sente trattato male perché non c'è neanche stato il tempo di costruire un legame con loro, neanche minimo, sono solo strumenti per creare tensione. Così come ci sono grandi opere che fanno morire in gran numero personaggi che ami e per cui tifi anche dopo poco tempo, come nel Trono di Spade, oppure l'Attacco dei Giganti.
Proprio poiché la serie non adotta nessuno dei due metodi, risulta paradossalmente meno coraggiosa, perché uno slasher implica una stilizzazione consapevole della propria gratuità che può allontanare chi odia gli eccessi (infatti in anime è rarissimo), la seconda invece è costretta a costruire con maestria la tensione drammatica e la caratterizzazione dei personaggi, gestendo i passaggi come in una partita di scacchi, Akame Ga Kill invece tenta di ingannare lo spettatore facendo finta che quella gratuità non ci sia, ma rendendo i suoi trucchetti fini a sé stessi lampanti fin dall'inizio a chi li sa notare, senza neanche il bisogno di andare con la lente di ingrandimento.
Questo perché è evidente che, l'abuso di deus ex machina (cioè un colpo di scena che non è collegato alla logica interna della vicenda, ma con una relazione di causa-effetto introdotta solo a posteriori) destabilizza l'immersione, specialmente se tutto ciò viene fatto in una struttura precisa e quasi prevedibile al 100%, senza che la serie cerchi di rimischiare le carte di volta in volta per portare in po' di senso di timore e incertezza nello spettatore. E se, ancora, (sempre per quel discorso che tutto si può fare), il deus ex machina era contemplato anche nelle tragedie greche per ragioni precise, qui non appare giustificato da nessun concetto ma solo da un'esigenza narrativa, per cui appare nella maniera che già i greci consideravano indice di una scrittura goffa, che vuole imporre un colpo di scena senza avere le capacità di arrivarvi in maniera fluida e genuina.
In Akame Ga Kill, il deus ex machina non solo è utilizzato male (è una cosa frequente nelle opere d'intrattenimento, ma che si può perdonare quando non troppo frequente), ma è la norma, togliendo interesse allo spettatore che saprà sempre anche in che momento ci sarà una certa morte e a volte anche di chi.
Mi si potrebbe obiettare che nessuno guarda alle opere d'intrattenimento con l'obiettivo di sorprendersi per il suo svolgimento, le sue strutture sono rodate da decenni. E certamente "sorpresa" è una parola grossa, che spetta principalmente alle opere importanti, però penso che a nessuno piaccia guardare un'opera sapendo praticamente con esattezza cosa avverrà, anche in opere d'arte ultra-conservatrici come Demon Slayer è possibile trovare delle caratteristiche che non ti aspetti e che ti lasciano la piacevole sensazione del "apperò, che chicca", insomma lo spazio di manovra c'è anche in opere così, se però uno lo sa trovare. Per esempio, il protagonista non deve per forza vincere ogni episodio in battaglia, poi perdere contro il rivale una volta e vincere nell'ultima o fare una volta sì e un'altra no, può anche esserci una struttura più asimmetrica, in quanto tale più difficile da prevedere, comunque rimanendo nei confini dell'intrattenimento per il grande pubblico.
In Akame Ga Kill non possiamo neanche parlare di animazioni fatte particolarmente bene o di scontri realizzati in maniera adeguata, perché non spicca per nessuna qualità in particolare e l'attenzione solitamente non viene posta sulla tattica che verrà usata per vincere ma sullo sviluppo che piove dal cielo, scoprendo continuamente abilità segrete dal nulla che risolvono tutto, motivo per cui quello che cambierà è al massimo la logistica del deus ex machina, riguardante il singolo combattimento, ma questo toglie allo spettatore anche la possibilità di vedere scontri lunghi e brutali, una tattica sul nascere o una vittoria della determinazione, laddove gli scontri sono un po' tutti banali e pilotati, con le emozioni dei personaggi che servono solo a cercare di far scaturire un pianto per personaggi che non hanno nessuno spessore.
Poi però il punto più basso: le lame di sangue, che si scoprono avvelenate e non si sa come si sono create perché l'arma è scarica, soprattutto non si sa perché siano avvelenate. Non abbiamo neanche una morte onorevole, perché Bulat perde da uno scarsone che era così potente solo perché giocava in casa. Cosa ci azzecca poi, tematicamente, il flauto del suo compagno con la forza sovrumana? Perché Tatsumi ottiene Incursio ed ha subito più energia del precedente possessore, anche se l'ha appena utilizzata? Molto semplice, perché è il protagonista, il solito topos del predestinato che ha ormai seccato fin dai tempi di Matrix.
Tatsumi stesso è un deus ex machina vivente, perché entra lui in un gruppo che ha una certa esperienza e incominciano a morire come mosche. Capite bene che la questione di Bulat si ripete, in diverse salse, in più occasioni. Il personaggio di Mine, per esempio, è sbilanciato nella sua stessa concezione, perché non si ha mai idea del limite preciso a cui può arrivare in potenza, ma sembra che più si trova un avversario potente, più la sua arma colma il divario facendola vincere, poi però magicamente i produttori decidono che c'è un limite mai preso in esame e la sua arma smette di funzionare, tra l'altro in uno scontro con un personaggio personale ma con cui non ha alcun tipo di rivalità o scontro ideologico, è semplicemente il cattivo che è capitato, è tutto così vuoto.
Lasciando ora perdere il discorso sui deus ex machina, la serie ha un modo di raccontare i backstory dei personaggi alla maniera di "ok, ora ti dico il mio passato" e inizia il racconto senza che nessuno l'abbia chiesto o senza neanche aprire la scena quando c'è un semplice nesso logico. Insieme al fanservice sessuale totalmente innecessario, è evidente come la serie non mostri alcun rispetto per i suoi personaggi, senza però farlo per un motivo narrativo, come potrebbe esserne metterne in luce i difetti, ma sembra farlo semplicemente perché sono passaggi obbligati, senza curarsi minimamente del come.
Ma Akame Ga Kill ha anche degli aspetti positivi, oltre al ritmo decente? Pochissimi, ma ce li ha e più che pregi in sé sono pregi potenziali, cioè brandelli di idee anticonvenzionali in cui non credono neanche loro e che di conseguenza lasciano acerbe e sullo sfondo. Prendiamo ad esempio il trattamento degli Jaegers. Sono, sulla carta, i "cattivi", o meglio, gli avversari dei buoni (il Night Raid), però vengono parzialmente umanizzati attraverso il fatto di avere ognuno un motivo credibile per essere lì (nonostante l'ipocrisia), con una rappresentazione sia dei loro lati turpi che dei loro lati comici, attraverso delle gag intorno ad essi, oppure anche mostrando il loro lato "affettuoso" (per esempio Bols che tiene solo alla sua famiglia nonostante sia un cattivo). Però la loro sfumatura di complessità sta tutta in questo e l'unione di comico e cattivo alla fine è poco di più di una squadra Ginyu senza gli stessi eccessi di ridicolaggine alla power rangers, non offrono particolari spunti di riflessione e non c'è una vera e propria evoluzione in loro, se non in Wave che comunque sembra più sballottato dagli eventi che spinto a fare una decisione personale.
Akame Ga Kill finge che gli avversari siano sfaccettati, ma alla fine della fiera sono quasi tutti portatori di un messaggio retorico: viviamo in una società, i cattivi sono tutti sadici, corrotti e pensano solo a sé stessi e chi non è descritto così non è altro che un buono che non ha capito come funziona quel mondo.
Per tutti questi motivi, Akame Ga Kill è, dal mio punto di vista, un anime mediocre e sopravvalutato, ed è descrivibile un po' come quel compagno di classe edgy, che fa l'alternativo e provoca a destra e a manca per ricevere attenzioni, ma che lo fa in una maniera così artificiosa da risultare non solo ridicolo, ma anche più conformista di chi vuole provocare perché le sue provocazioni non hanno un fine costruttivo e una riflessione autonoma, dimostrandosi quindi anche ipocrita. Non lo si condannerà proprio in tutti i suoi aspetti perché se ne comprendono alcune ragioni profonde, ma comunque lo si boccerà come un ricordo imbarazzante dell'adolescenza a cui è meglio non pensare.
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