
a review by Dreamweaver99

a review by Dreamweaver99

Un'opera iconica, dal ritmo rapido e con temi delicati, ma è tutto fumo e niente arrosto o al contrario ciò è davvero sufficiente a definirlo un capolavoro?
Con la mente fredda di un decennio dall'inizio del tormentone, mi sembra un momento più che adeguato per tirare le somme.
La sinossi è ormai celeberrima anche tra chi non bazzica il mondo degli anime: Light Yagami, "normale" liceale di Tōkyō trova un quaderno gettato dal dio della morte Ryuk per divertirsi, quest'oggetto dai poteri sovrannaturali permette di uccidere dopo pochi secondi chiunque, dopo averne scritto il nome sul quaderno. Da qui Light si fa conoscere come Kira e avvia una personale crociata contro i criminali, per i quali si fa giudice, giuria e boia, il giustiziere viene dunque ricercato dalle forze dell'ordine, soprattutto da un detective noto come L.
La prima cosa che in retrospettiva si nota è come Death Note sia stato confezionato con grande cura.
Si vede dal design dei personaggi, eleganti e in linea con lo stile emo abbastanza di moda in quegli anni ma ancora inconsueto per gli anime, contiamoci pure un miscuglio con tratti goth che si possono individuare nelle belle transizioni con i passi del quaderno, nell'estetica degli dei della morte e di Misa, insomma è una miscela interessante che, come vedremo, mostra come Death Note sia da vedere non solo come opera in sé, ma anche documento di una certa estetica che andava di moda in quegli anni.
Pensate poi al suo merchandising molto fortunato, con il suo valore simbolico di memento mori, inteso a volte in senso ironico, nei casi peggiori autenticamente intimidatorio, come avvenuto in alcuni fatti di cronaca.
Ad attirare è naturalmente il fascino carismatico dei due rivali: Light che è il classico cattivo ragazzo belloccio e seducente e la personificazione di un sogno più o meno represso (come in parte riconosciuto nelle parole pronunciate nell'anime stesso) di molte persone, soprattutto in una nazione dove è legale la pena di morte, però è anche un ragazzo che non ostenta queste caratteristiche e anzi è stato concepito per sembrare più "normale" e brillante possibile, una persona intelligente e avvenente e con la faccia da bravo ragazzo, in altre parole la perfezione dell'estetica e delle virtù che celano un lato oscuro spropositato.
Poi c'è L: un investigatore eccentrico e misterioso, sciatto e di una bellezza più eccentrica e naïf rispetto a Light ma mai abbastanza eccentrico da evitargli l'amore del pubblico femminile, rappresenta l'altra faccia della medaglia che ha contribuito molto all'immaginario pop per via anche delle divisioni nei fan tra chi preferisce uno o l'altro, rappresentando due dei character design più riusciti della loro epoca, senza bisogno di aggiungere orpelli particolari o colori di capelli strani come spesso si fa in Giappone.
Un colpo di arguzia è stato anche l'idea effettivamente non comune (sebbene non inedita, vedasi Detective Conan o City Hunter) di un anime di massa di cui ritmo teso e forsennato si basa su giochi mentali e polizieschi tipici dei generi thriller e noir a cui appartiene, rispetto ai predecessori è però fondamentale una struttura qui somigliante a quella dei battle shōnen, nonostante manchino i combattimenti, perché quello che deve avvincere qui è l'idea di uno scontro tra due personaggi con una posta in gioco personale dove entrambi rischiano di lasciarci le penne e in più hanno una qualche forma di rapporto umano che viene messo in discussione.
Da questo punto di vista, Death Note ha svolto il ruolo di aver portato alle masse un certo tipo di contenuti che in occidente ha un certo spazio, ma che negli anime non era affatto comune, rappresentando anche un viatico verso certi tipi di tematiche più cupe e psicologiche che gli hanno ritagliato intorno quest'aura fuorviante di anime intellettuale e profondo, capace di ampliare i confini del medium verso esiti più maturi e artistici.
Il problema dei prodotti-viatico è però che difficilmente riescono a reggere la prova del tempo individuale, soggetto a nuove esperienze e nuove visioni, ne consegue che ad un certo punto questo tipo di prodotti risulta soprattutto roba di livello medio-basso che non ci dà più molto dopo che siamo stati instradati verso certe opere più mature e ricche di sfumature, perché erano state concepire per accontentare diversi tipi di pubblico senza concentrarsi troppo sulle esigenze di uno qualsiasi di essi.
Questo perché arrivare ad un pubblico più ampio comporta inevitabilmente avere determinati ritmi di lavoro, cercare dei compromessi e aderire maggiormente alle logiche di mercato, per cui riuscire a conciliare tutte queste esigenze diverse con un certo rigore e una certa autonomia di gusto richiede molto talento, non solo artistico, ma anche persuasivo in fase di produzione con il resto dello staff e Death Note si è dimostrato da questo punto di vista un prodotto che arranca tra i suoi innumerevoli binari.
Si tratta di un anime affascinante per la caratterizzazione dei due protagonisti, nei disegni che trasudano prima decade 2000 ma hanno anche un realismo che segnerà gli anni 10, con un'atmosfera di Tōkyō espressa in maniera elegante anche nelle inquadrature di interni o di esterni notturni.
Se mi sono dilungato sull'elogio del suo comparto estetico e tecnico, se vogliamo anche nel ritmo, è perché Death Note lascia a desiderare nella sceneggiatura, che è ciò che l'ha reso, per me, una grande delusione.
Ma i problemi sorgono, in realtà, già da prima che morisse questo personaggio ingombrante, a causa delle più svariate scelte che fanno quasi da deus ex machina come l'esistenza di non uno ma addirittura due Death Note in più che toglie unicità al personaggio di Light perché non c'è neanche un conflitto tra questi possessori che hanno un ruolo infimo di macchiette o comparse.
Misa Amane è stata scelta probabilmente per il ruolo di mettere in pratica un'arma che in precedenza era stata accennata ma ancora non messa in pratica: quella degli occhi dello shinigami, che messa lì senza un utilizzo avrebbe sicuramente avuto una rilevanza di trama nulla, per cui le opzioni possibili erano mettere così tanto alle strette Light da fargli fare questo sacrificio (e sarebbe stato forse un espediente un po' troppo prevedibile), oppure farlo usare ad un altro personaggio. Insomma, la scelta di inserire un personaggio del genere con i suoi motivi per ottenere quest'arma ha il suo senso, soprattutto per l'idea che serva anche per approfondire Light nel suo rapporto con gli alleati e con le donne. Una scelta sulla carta abbastanza intelligente insomma, ma che si è rapidamente trasformata in un mero espediente per sbrogliare i punti ciechi della trama e alleggerire i toni di una serie altrimenti quasi sempre seriosa e cupa, in una maniera che rende però il personaggio una macchietta, sfruttata quasi solo come toppa vivente per le cesure della trama.
Se Amane per metà funziona, la scelta peggiore della prima parte è però nel gruppo Yotsuba, scoperto dai detective per una sciatta fatalità piuttosto che per un rapporto di causa-effetto. Essendo un gruppo amorfo di personaggi di cui non si conoscono le motivazioni più profonde e le identità personali, di loro non rimane che il fatto di essere dei congegni di trama, rantoli viventi della parte in cui L era ancora vivo.
Nella seconda parte, l'atteggiamento della produzione è però diverso perché i personaggi nuovi non sono più (sulla carta) meri congegni di trama, ma sono molto presenti, con una loro articolazione e con un ruolo che ricalca quello di L (con tanto di nome "N" e aspetto quasi speculare, eccentricità simili), per questo creati probabilmente con l'obiettivo di non farci sentire troppo la mancanza del personaggio defunto, ma allo stesso tempo la sceneggiatura cerca di non mettere il coltello nella piaga mantenendo l'aura di eccezionalità di L e rendendolo una presenza "spirituale" ancora presente, soprattutto in scene di riflessione. Un tentativo goffo e fallimentare insomma, che avrebbe potuto essere sistemato semplicemente portando un detective con caratteristiche nettamente differenti, magari dando spazio solo a Mello che aveva caratteristiche più distintive rispetto a Near, entrambi sono descritti in una frase del finale come meno competenti di L se presi da soli ma superiori a lui quando lavorano in coppia, implicando che neanche le loro abilità siano in grado di renderli personaggi interessanti.
Tutta questa storia porta ad un finale mediocre e sopra le righe che è stato molto odiato ma che in realtà non è neanche la punta dell'iceberg (a parte per la maniera molto casuale legata ad un errore con cui Light è stato sconfitto), ma su questo mi spiegherò meglio più avanti.
Death Note è un anime spesso veloce dove non deve esserlo e lento dove non deve esserlo, concentrandosi troppo sull'investigazione e sui piani malvagi e troppo poco sulle radici profonde per cui ad esempio Light fa tutto questo, sul dibattito etico intorno alle uccisioni. È un discorso dato per assodato, forse per evitare critiche conservatrici o evitare moralismi, in questo relegando giustamente il giudizio sulla pena di morte a noi. Il problema però è che questo trucchetto è molto comodo, perché una narrativa più forte è in grado di ottenere gli stessi risultati non ignorando il discorso ma presentandolo attraverso tutte le ideologie in maniera neutrale e più completa.
Questo discorso potrebbe sembrare fazioso, come se io desiderassi immettere del mio in qualcosa che dovrebbe essere valutato in quanto tale, il problema è che questo discorso trascurato era molto importante per la verosimiglianza della storia e per la caratterizzazione dei protagonisti, che così sembrano come sballottati dalla trama, nonostante la difficoltà delle loro missioni.
Se quindi Death Note si è costruito la reputazione di essere un anime profondo perché parla di determinati temi esistenziali di: giustizia, culto, religione e cose del genere, ciò si deve proprio al fatto che se ne parla veramente e non ne parla propriamente in maniera sminuente o immorale, ma neanche fa molto per farne emergere la profondità, si ferma sulla superficie e basta, adagiandosi sugli allori di averli sfiorati mentre altri anime del filone più mainstream non si sforzano nemmeno di sfiorarlo, i capolavori però sono quelli che non si accontentano di distinguersi o di essere sopra la media, ma vanno a fondo in ciò che trattano.
L'anime mostra alcuni (pochi) momenti interessanti anche negli episodi compresi tra l'arco del Gruppo Yatsuba e la fine, però rimane sempre la sensazione che l'anime avrebbe dovuto prendersi meno tempo e concentrarsi sul duello tra Light ed L, evitando la confusione tra la necessità di arrivare a determinati obiettivi e il voler essere coraggiosi nell'uccisione fatta solo a metà storia di L.
Molti di questi problemi nascono da una caratterizzazione del protagonista sì interessante e credibile (solo nella prima parte), ma molto semplicistica perché all'inizio Light è considerabile un antieroe, con il tempo però la sua follia finisce per snaturarlo pur di favorire i colpi di scena gratuiti che devono fare da botta di dopamina per lo spettatore in un percorso psicologico che va da dal vigilantismo all' opportunismo più inverosimile rispetto al profilo mostrato all'inizio e che tra l'altro è utile per annientare comodamente ogni conflitto ideologico e ogni dilemma etico tra i personaggi e tra noi, perché una cosa è un cambiamento naturale e graduale (anche netto), un'altra è uno snaturamento povero di causa-effetto.
Dopotutto, se si va dall'uccisione di criminali a poliziotti fino a meri innocenti che dilemma etico vuoi che ci sia sul protagonista, davanti all'utilizzo che si può fare del Death Note? In altre parole, un espediente che in apparenza può essere suggestivo e audace diventa furbo, perché il modo in cui questo intento è stato eseguito è sciatto e frettoloso, potendo anche contare sul sensazionalismo e sull'attrattiva di un personaggio così affascinante che creerà fraintendimenti in una certa fascia di pubblico, così come succede spesso con prodotti come American Psycho o Joker.
Questo approccio rende Death Note non tanto una riflessione affascinante sulle dicotomie legge-vigilantismo, clemenza-pena di morte (nonostante fosse un tema su cui chiunque nella storia avrebbe dovuto riflettere verosimilmente), quanto più una riflessione su come il potere possa far sprofondare nella follia, tema interessante sì ma descritto in maniera frettolosa.
Al netto di tutto questo, mi sono soffermato molto sui difetti di Death Note non perché questi siano superiori ai pregi ma perché i difetti sono tanti, troppi per un cosiddetto capolavoro e raccontano l'idea di un grande potenziale sprecato, che anche per nostalgia e un ricordo molto vecchio può far soprassedere sui difetti, ma aldilà di tutto il ritmo rimane sempre ottimo nella prima parte e perlomeno scorrevole nella seconda e questo è un pregio non indifferente, contando che resta un'opera di media lunghezza e non un anime breve sui dodici episodi.
L'idea di base del quaderno però rimane tra le più semplici ed efficaci del suo periodo ed è anche interessante lo spunto del perbenismo di massa e dei politici, che segretamente approvano la sua condotta e hanno attitudini giustizialiste ma vogliono nasconderlo. Un concetto espresso sbrigativamente e in maniera verbosa ma stimolante se lo rapportiamo in particolare al Giappone, dove non mancano prodotti in linea con quelli Hollywoodiani nel lanciare questo tipo di messaggi, che però non resta mai scontato perché è molto trascurato.
In conclusione, Death Note è un anime di buon livello, non terribile o mediocre, ha una sua personalità non indifferente e un'ottima gestione della tensione, ha però troppi problemi che non dovrebbero essere sottovalutati e che lo rendono lontanissimo dall'essere un capolavoro. I suoi punti di forza sono l'iconicità, il ritmo, il lavoro di mestiere e gli spunti sopracitati, tanto gli basta ad essere promosso.
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