
Preso dal videogioco Cyberpunk 2077, la serie assorbe un vasto immaginario al punto da prenderne il nome, quell’immaginario che da Blade Runner e dai romanzi anni 80 di Gibson è stato portato ovunque, al punto da diventare quasi il volto più contemporaneo e al contempo nostalgico della fantascienza intera.
Città notturne, futuristiche e piene di grattacieli, neon e veicoli avveniristici, hackers e corruzione capitalistica che rende più mondane le paranoie delle grandi distopie, questa è perlomeno la confezione del cyberpunk come genere, che Edgerunners riporta in maniera fedele.
In origine questo filone nasceva come una critica all’establishment attraverso un atteggiamento punk stradaiolo, in società che erano come un’estremizzazione della situazione di nichilismo, alienazione ed emarginazione in cui vivono alcune persone, nel corso del tempo la parte “punk” del genere è però in molti casi andata a perdersi a favore di una narrazione più disimpegnata, per cui anche Edgerunners ha dovuto fare i conti con questa situazione, su cui ci soffermeremo più in avanti.
Come spesso avviene, in quanto trasposizione di un videogioco, la serie ne assorbe alcune sbavature mantenute per non straniare i giocatori, che però in questo caso si mantengono molto piccole perché si è scelto intelligentemente di preservare solo (per l’appunto) la confezione in modo da avere più libertà espressiva, cambiando un po' tutto del resto: i protagonisti e la trama, rimane per esempio la scelta di denominare la città “Night City”, scelta un po’ naïf e risibile del videogioco che per riconoscibilità e coerenza intermediale è stata comunque ripresa.
La trama di Edgerunners riguarda un adolescente di El Salvador che proviene da una famiglia povera e che, dopo un grave lutto, decide di diventare un mercenario del mercato nero nelle vesti di (scusate la ripetizione, ma viene chiamato così) cyberpunk, con un aspetto tipico dei punk reali ma rivisitato in chiave fantascientifica, anche il traffico di armi basato sulla disponibilità economica piuttosto che sulla sanità mentale sembra anche un’invettiva velata verso la situazione legislativa intorno alle armi negli Stati Uniti (dove è ambientata la serie), giacché i protagonisti si trovano continuamente a pagarne le conseguenze e le usano sì, ma la serie non fa comunque nulla per farli considerare dei buoni veri e propri ai nostri occhi, piuttosto degli antieroi.
L’idea di rappresentare i “cattivi” nelle mega-corporazioni in maniera astratta, la mancanza di un’ampia descrizione socio-politica rendono Edgerunners un concentrato di tropi del genere, che ne fanno un prodotto che omaggia, involontariamente o meno, altre opere come ad esempio il film “Strange Days” nella scelta delle tecnologie che permettono di replicare mentalmente sensazioni ed esperienze memorizzate da altri, oppure nelle atmosfere tra il malfamato e il pulito che ricordano molto Blade Runner.
Le particolarità di Edgerunners sono la forte stilizzazione dei disegni a tratti quasi epilettica, che porta all’estremo gli aspetti visivi che erano stati tratteggiati in opere come Psycho-Pass o le opere sopracitate, però in una versione super patinata che relega la componente punk quasi solo alle capigliature e i vestiti dei protagonisti, mettendone anche poco e niente del genere nella colonna sonora (forse ciò che si ci avvicina è la sigla iniziale dei Franz Ferdinand, che resta comunque considerabile post-punk, quindi solo un cugino del punk).
Per gli irriducibili che tengono a tutti i costi ad una visione più profonda e artistoide della fantascienza in generale, la serie sarà inevitabilmente deludente, poiché l’intenzione evidente è di semplificare questo tipo di narrazioni, rendendolo alla portata di tutti.
Se certamente questo aspetto da un lato diminuisce lo spessore qualitativo, dall’altro è anche un modo per fare conoscere quest’estetica e questi contenuti a più persone, rappresentandone un buon viatico iniziale.
Questa scelta porta però anche a passare da una certa componente sovversiva o semi-poliziesca che era tipica del genere ad una rappresentazione più innocua, dove le tetre condizioni di vita vengono viste come un dato di fatto messo poco e niente in discussione seriamente e nessuno ambisce ad un cambio di sistema (anche per questo si è scelto di lasciarne solo gli effetti più evidenti), immergendoci in vicende personali che sono il punto forte della serie.
I personaggi principali hanno un po’ tutti un design riconoscibile e una caratterizzazione fatta di alcune sfaccettature, sebbene didascaliche, tutti sono immersi in un universo cinico, sono degli emarginati che non possono fare altro che aderire alle mega-corporazioni o appropriarsi in segreto delle loro risorse con il solo fine di avere una vita più decente e tirare a campare, anche se con il prezzo di rischiare continuamente la vita, non ne rimane che l’occasionale brivido dell’azione, comunque con conseguenze gravissime nella frenesia dei colpi.
Uno degli spunti più interessanti di Edgerunners è infatti l’idea dei crimini involontari compiuti nella confusione delle battaglie e il potere che è capace di minacciare la sanità mentale non solo a livello figurato ma letterale.
In Edgerunners i protagonisti sono dei cyborg che legano tecnologia a sé per potenziarsi, ma questo non avviene come per Iron Man con poche o nessuna controindicazione, il potere ha sempre un prezzo e diventa quindi una sorta di allegoria tragica, dove non è la rettitudine morale a difendere da questi pericoli ma la malattia mentale che sembra in alcuni casi prenderti quando meno te l’aspetti e, trattandosi di una pazzia che ha a che fare con l’uso incauto delle armi, tutti i protagonisti sono costretti in questi casi a ragionare con la mentalità del “mors tua, vita mea” per salvarsi, anche nei confronti dei loro amici.
Forse è questo l’elemento più distopico della serie: l’idea di dover correre sempre sul filo della follia o della morte pur di poter prosperare in maniera simile ai privilegiati e avere la possibilità di farsi rispettare come loro.
Da queste dinamiche vengono corroborate le relazioni più sentite della serie, prive di inutili sentimentalismi e caratterizzate da un romanticismo e un senso della misura nell’espressione che rendono coerente ad una serie dura e tragica nonostante la furbizia tipicamente Netflixiana e la tendenza a fermarsi troppo spesso ad un “viviamo in una società” come modo di descrivere il mondo di Night City.
Se la componente "urban" della serie (che ha spesso più a che fare con il rap che con il punk, comunque ben accetto) è sicuramente la sua cifra abbastanza inconsueta nel genere ma anche nelle opere giapponesi e i disegni offrono indubbiamente un’estetica suggestiva e caratteristica, neanche un fan sfegatato di queste ambientazioni come me non può fare a meno di notare come risultino spesso troppo patinate e innaturali, dando molta meno credibilità al mondo malfamato in cui vivono i protagonisti.
Manca una certa spigolosità e una certa rappresentazione scalcinata dei posti, tutto è troppo omologato e talvolta poco credibile, al punto da rendere poco chiare le differenze che intercorrono tra le varie fasce di persone, per cui l’immedesimazione nei protagonisti ne risulta indebolita, non sentiamo spesso le ragioni più profonde della loro condotta spericolata e questo ancora una volta mostra gli esiti negativi del voler trattare la parte “punk” di cyberpunk in maniera così superficiale.
Anche per i colori troppo fluo, la suggestività delle immagini viene diminuita dalla mancanza di un’alternanza di luci e ombre e abitua troppo presto lo spettatore a questo tipo di bellezza, facendogli perdere il fascino un po’ decadente e immersivo che si trova nei momenti migliori della serie o in opere migliori.
Uno dei pregi più importanti di Edgerunners è quello dei combattimenti, tecnicamente ben animati e a tratti caricaturali, con un elegante utilizzo del rallentatore e una veste splatter inconsueta in questo genere che attesta lo stato delle cose in cui sono arrivati gli anime dei nostri anni, permettendo persino ad un’opera così violenta di ambire ad un’ampia fascia di pubblico prima inconcepibile.
In generale, Edgerunners è una serie che punta sul come in mancanza di un cosa degno di nota, con un tratto caratteristico e dei disegni vividi, una gioia per gli occhi nonostante queste riserve, con un bel contrasto tra fasto futuristico e cupa spigolosità violenta che accompagna l’atmosfera frenetica della serie, che brilla di una classicità spesso come dicevo un po’ troppo furbetta ma che comunque mantiene quello spirito un po’ cinico e tragico senza esibirlo platealmente che caratterizza il cyberpunk, che i due studi sono riusciti a rielaborare in una maniera nonostante tutto personale e non esclusivamente derivativa, in un anime che racconta tutto in maniera un po’ troppo veloce e piena in azione, coerentemente al target di riferimento ma che rimane nel complesso un buon anime, molto adatto a chi vuole qualcosa di semplice ma con abbastanza dignità da non fare del male ai neuroni dello spettatore.
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